Stati generali

Dovrebbero esserci a giorni, forse domani, senza che se ne conoscano utilità e scopo. Un evento che non fa che aumentare la distanza tra la popolazione e la classe politica, la cui inettitudine non fa che peggiorare.

La solennità con cui sono stati proclamati i prossimi stati generali dell'economia ha lasciato perplessi molti di coloro che conoscendone il meccanismo si sono chiesti se fossero davvero necessari. Ma a far da contraltare ai tanti illustri intellettuali che hanno palesato delle perplessità, ci sono decine di migliaia di cittadini che non hanno reagito perché semplicemente ignorano cosa sono e a cosa servono gli stati generali, che tradotto in maniera semplicistica non sono altro che un incontro fra rappresentanti del governo, dell’opposizione parlamentare, rappresentanti delle parti sociali  – sindacati, Confindustria, Confcommercio, Confagricoltura e Pmi – e alcuni intellettuali, definiti da Conte “menti brillanti”. L'ennesima riunione la cui necessità è oggetto di discussione pubblica, che finisce per dividere la parte del paese che fa delle proprie opinioni una fonte di reddito, e lascia indifferenti coloro che al contrario, necessitano di aiuti economici e di una prospettiva sull'attività lavorativa al cospetto della quale vedono calare la scure della crisi economica. Mentre il popolo stenta a trovare le motivazioni per andare avanti, coloro che ci dovrebbero indicare la strada promuovono riunioni, il cui esito scontato sarà quello di una serie di misure e contromisure, la cui attuazione finirà per dividere e mettere fine agli esili equilibri che hanno consentito al Governo di rimanere in carica sino ad oggi. Governo che alcune decine di giorni fa proprio per capire la giusta strada da percorrere aveva istituito una task force, il cui compito era quello di trovare delle linee guida da illustrare alla maggioranza parlamentare, dando il via alle necessarie riforme. Risultato? Niente. Niente che secondo il Governo valga la pena di essere messo in atto da subito, meglio se da ieri, nonostante la task force dopo un periodo ragionevole abbia messo sul piatto alcune iniziative che potrebbero e potevano essere adottate. Il problema è che adottarle significa accrescere divisioni che la maggioranza si premura di nascondere, rimandando le decisioni al cospetto di una popolazione che quelle decisioni le attende e le brama per vedere finalmente un cambio di tendenza, un inversione che la macchina politica deve mettere in atto per meritarsi ulteriore fiducia da parte di un popolo che in tre mesi si è visto sgretolare le certezze -poche- che aveva. Un inversione di tendenza necessaria per risultare credibili agli occhi dei nostri partner europei, disposti a elargirci svariati milioni di euro pretendendo, in cambio, soltanto la certezza di sapere che saremo in grado di spenderli, bene e presto. Sembrava che la crisi sanitaria e la successiva emergenza avessero finalmente fatto percepire alla classe dirigente il bisogno di unità d'intenti, coesione e produttività. È durato tutto molto poco. Siamo a dove eravamo, almeno dal punto di vista politico. Il quadro generale è cambiato, la politica è rimasta quello che era: un apparato lento, macchinoso e pesante la cui utilità non viene percepita al cospetto delle ingiustizie, delle difficoltà delle persone che si devono accontentare di vedere perpetuamente una serie di litiganti discutere senza condividere mai una soluzione. Intanto le sabbie mobili ci stanno inghiottendo, mentre noi affondiamo, loro promuovono riunioni.

Non era il momento.