Spirito olimpico



Sono passati ormai diversi giorni da quando, con lo spegnimento della fiamma sul braciere dello stadio, è stata decretata la fine delle olimpiadi di Tokio. Dovevano essere disputate nel 2020, ma a causa dell’ormai nota e tanto discussa pandemia lo svolgimento è stato posticipato di un anno, nonostante il nome sia rimasto invariato: Tokio 2020. Un colpo basso alla logica a tutela del business, per cui si era ormai troppo avanti nell’impegno alla diffusione di un logo e di un brand nel quale la dicitura 2020 non poteva più essere sostituita.

Per la stessa logica, figlia dello stesso business, non poteva più essere ulteriormente posticipata nemmeno la disputa di tutte le discipline che hanno portato all’assegnazione di una medaglia nonostante l’assenza del pubblico, altro agnello il cui sacrificio è parso poca cosa agli organizzatori. Nessuno si è posto il problema degli spettatori, un problema evidente nonostante la lunga preparazione alla quale erano stati sottoposti dalle tante attività sportive che nell’ultimo anno erano andate avanti con gli spalti vuoti.

Cio detto, e nonostante le resistenze dei giapponesi, particolarmente distanti dal bisogno di misurarsi per decretare un vincitore accogliendo a questo proposito migliaia di persone invise in quanto possibili portatrici del virus, le gare hanno consentito agli italiani di ottenere numerosi ed inaspettati risultati che, come consuetudine, sono stati brillantemente celebrati dai media nazionali.

Ma anche le feste, evidentemente, sono figlie del tempo in cui viviamo.


Ecco allora che l’abitudine ad essere interconnessi l’uno con l’altro, di essere continuamente aggiornati sullo stato delle persone che per qualche motivo attirano la nostra attenzione, ci ha portati a parlare non soltanto degli atleti, ma anche di tutti coloro che gravitano intorno alle loro vite e alle loro carriere. C’era la finale di una gara? Le telecamere non solo la trasmettevano, ma si collocavano anche all’interno delle case dei parenti, degli amici, dei genitori. Come se la reazione di quest’ultimi potesse in qualche modo, che a me sfugge, incidere o dare un diverso valore all’impresa sportiva. Un modo di raccontare le vittorie e lo sport in generale che fatico a comprendere, tanto che più di una volta mi sono chiesto perché. Ho visto telecamere nei salotti dei nonni degli atleti, dei genitori, delle fidanzate e dei fidanzati, degli amici, dei fratelli. Quale valore possono avere certe immagini nel racconto di una vittoria? Quanto certe azioni sono necessarie e quanto, invece, sono conseguenti al cambio del costume a cui stiamo dando vita sospinti dalla tecnologia che gestiamo con un semplice tocco delle dita?


Ed oltre a questo, quando mai ci stancheremo di raccontare i vincitori come figli esclusivi dei loro meriti, continuando a celebrare le vittorie come unica conseguenza del sacrificio, della caparbietà, del talento, senza mai dare il giusto peso al caso. Celebriamo i vincitori e ci dimentichiamo delle migliaia di persone che, proprio come loro, dedicano una vita al raggiungimento di un obbiettivo che per mille motivi non raggiungeranno mai. Quanti sono quelli che al cospetto di coloro che ce la fanno non riusciranno ad emergere? Mi chiedo quanto sia giusto, o meglio quanto sia educativo per i nostri ragazzi avere a che fare con la ridondante celebrazione dei vincitori, unici ad acquistare le luci della ribalta nonostante siano le punte di uno spillo il cui corpo centrale è composto dalle migliaia di ragazzi che al cospetto di indiscusse capacità e del massimo impegno non arriveranno mai, sovrastati semplicemente, almeno in certe circostanze, dal caso o dalla sorte: un infortunio? Una scelta sbagliata? Una coincidenza?

Quanto questa raffigurazione celebrativa della realtà, per cui si dà luce alla minoranza tenendo al buio la maggioranza, è alla base della continua voglia di emergere, di apparire, che per i nostri ragazzi oltre che una legittima aspirazione sta diventando una malattia?

Facciamo tutto e di più purché se ne parli, perché si abbia la possibilità di uscire da un anonimato che è la normalità all’interno della quale è necessario imparare a vivere e a riconoscersi. Celebriamo con esagerazione le vittorie degli individui al cospetto di chi, nonostante non ce l’abbia mai fatta, vanta una dignità ed uno spessore che si, altro che, meriterebbero, anche solo per un momento, di essere sotto le luci dei riflettori.

Occorrerebbe parlarne, ora che questo trend mediatico è realtà e ancor più in occasioni come questa, quando l’oggetto del contendere è una medaglia olimpica. Una manifestazione anticipata in tutto il mondo dalla frase attribuita al suo fondatore De Coubertin: “l’importante non è vincere ma partecipare”.


Sarebbe il caso di ricordarlo più spesso.