Soldi soldi soldi...

Così recitava il celebre ritornello di una canzone del 1961 di Betty Curtis. Una frase che mi risulta particolarmente familiare in questo periodo in cui tutto sembra secondo rispetto al richiamo del vil denaro.

Continua con grande concitazione e partecipazione il dibattito pubblico volto a stabilire quando e come saremo in grado di far ripartire le attività produttive del paese. A ben vedere, anche tutti gli altri paesi del mondo, che come il nostro si sono adeguati alla quarantena e all'isolamento, stanno cercando un modo per tornare quanto prima alla normalità. In ognuno di questi stati, la forzata assenza dai posti di lavoro sta diventando un problema la cui ripercussione economica ha avuto ed ha ancora oggi un impatto devastante sulle rispettive economie che loro malgrado, per garantire la salute dei propri cittadini, sono state sacrificate al grido tutti in casa. Mi chiedo, nel mio piccolo, cosa sia cambiato nel frattempo. Sono certamente cambiati i dati riguardanti la diffusione del virus che ci ha internati nelle proprie abitazioni, è vero, ma a ragion veduta il cambio di tendenza è dovuto solo ed esclusivamente al fatto che sono stati evitati i contatti. Ma se dovessimo ricominciare ad averli, i contatti con i nostri simili intendo, siamo sicuri che il virus non si ripresenti nuovamente? Perché credo che questo sia molto probabile, e sopratutto sia anche prevedibile, nonostante i pareri degli specialisti siano tanto divergenti da suscitare non poca perplessità in coloro che li leggono o li ascoltano cercando di capire quale sia la verità e la linea guida da osservare. Probabilmente non esiste, o semplicemente non ne esiste una univoca capace di mettere d'accordo tutti coloro chiamati a fornire la propria versione. Ma perché allora, nonostante la mancanza di certezze, siamo pronti a ricominciare? Certo, non siamo abituati a vivere confinati nelle nostre case, ma nonostante questa sia una verità, presumo lo sia anche il fatto che nessuno ha voglia di mettere a repentaglio la propria salute, e quella dei propri cari. Nonostante questo, e certi della velocità con cui si è passati dalle opere di convincimento a cui siamo stati sottoposti dai media per attenersi alle rigide regole che ci sono state imposte, alla volontà di elaborarne di nuove e diversi tali da consentirci la ripresa, appare evidente come ad orchestrare la regia di tali comportamenti, apparentemente privi di un minimo di logica e di pianificazione, non ci sia altri che il "dio denaro", al quale, purtroppo anche il concetto di tutela della salute è costretto a piegarsi. Il corona virus ha allentato la presa come logica conseguenza dell'isolamento, diminuendo quest'ultimo, anche se gradualmente, ci troveremo di nuovo a occuparci della sua ascesa, che come noto, avviene con una certa facilità tra coloro che per vari motivi vantano una salute cagionevole. Cosa nel frattempo é ambiato? Semplice, abbiamo finito i soldi!

Li ha finiti lo stato, probabilmente dissanguato da una serie di spese impreviste (cassa integrazione straordinaria, reddito per gli autonomi ecc.) che stridono con la sospensione di alcuni pagamenti (tasse, equitalia ecc.) che sarebbero serviti a cercare di tener botta. In due parole, sono aumentate le spese a fronte della diminuzione delle entrate.

Li hanno finiti i cittadini, costretti a vivere con cio che passa il convento, la cassa integrazione (momentanea attenzione) per coloro che sono dipendenti e i vari sussidi per coloro che hanno la P. Iva, come se non fossero di per se già abbastanza vessati da tutte le spese alle quali devono sottostare senza di contro poter vantare un minimo di tutela sociale (il famoso ma se mi ammalo io chi mi paga?).

E li hanno finiti anche le imprese, le aziende che hanno interrotto il proprio ciclo produttivo confidando nella ripresa non appena sarà possibile.

Quindi, eccetto coloro che nella loro vita sono stati capaci di mettere da parte un piccolo gruzzolo, molto utile in tempi di carestia come questo, per tutti gli altri si prospetta un futuro pieno di difficoltà, che rende auspicabile un immediato rientro alla normalità. Auspicabile per quanto riguarda le finanze, molto meno per quanto riguarda la salute.

Ma è proprio questo il problema, il dato di fatto, l'argomento di cui dovremmo parlare se solo fossimo capaci di soffermarci e guardare chi siamo e dove stiamo andando. La nostra società è completamente assorbita dal denaro, ognuno di noi mette il denaro (ed oggi sfido chiunque a sostenere il contrario) al primo posto nella graduatoria delle priorità. Crediamo che sia normale, ci auto convinciamo che non potrebbe essere diversamente, e ci viene naturale mettere in pericolo le nostre vite in nome del profitto. L'immagine dei cittadini americani che protestano contro il lockdown è l'immagine simbolo di questa nostra perversione. Mi chiedo se non sia arrivato il momento di ridiscutere la nostra civiltà, di smetterla di pensare che sia normale rischiare la vita per poterla mantenere ad un livello che ci viene imposto come modello vincente ed efficiente. Credo sarebbe bene parlare della possibilità di discutere di un mondo diverso, una vita diversa, condotta al cospetto di altri valori fondamentali oggi bistrattati in nome del profitto. Quest'ultimo del resto, ci viene proposto come appendice necessaria alla felicità, la cui natura effimera è falsamente oscurata dal potere di acquisto, come se l'illimitata capacità di quest'ultimo fosse di per se certezza di benessere. Ma questo non è vero, e nonostante sia lampante la veridicità di questa affermazione, ci auto convinciamo che non sia così. Avanti allora, continuiamo ad alimentare queso perverso meccanismo, perché, come cantava Betty Curtis: chi ha tanti soldi vive come un pascià! E pazienza se per procurarseli, i soldi, deve mettere a repentaglio la propria salute, l'importante è non pensarci. E così faremo, ma almeno chiediamoci se e quanto ne valga la pena.