Siamo come i tori a Pamplona...

Oltre ad essere il ritornello di una celebre canzone del 2017, questa frasi ha sinistre analogie con l'attuale momento storico.

Ogni anno durante la settimana che va dal 7 al 14 luglio si celebra nella cittadina spagnola di Pamplona la festa di S. Firmino, durante la quale vengono celebrate con cadenza giornaliera delle corse in cui una serie d'individui, evidentemente abbastanza pazzi, cercano di sfuggire alla carica di alcuni tori. La corsa, che si chiama "Encierro", si svolge lungo un tracciato di circa 800 metri appositamente preparato all'interno della cittadina che una volta ultimato, dopo tre o quattro minuti di autentico fuggi fuggi, si conclude all'interno della "plaza de toros" che altro non è che uno stadio per corride, dove i tori vengono accolti, al termine della loro inutile e scellerata corsa, dalle sapienti movenze dei toreri, che dopo aver deliziato il pubblico con le loro capacità, provvedono all'uccisione degli animali infilzandoli con le loro spade affilate. Con questo atto, risolutivo, irreversibile, viene messa fine alla vita di questi valorosi animali, i quali nei loro ultimi minuti di vita, non hanno potuto far altro che correre all'impazzata per tentare di eludere il loro destino, che nonostante il senso di sopravvivenza non gli dia modo di saperlo, è già stato scritto. Corrono perché a questo sono indotti dalla paura, che cercano di alleviare non facendo altro che andare in contro al loro destino più in fretta, abbracciando ancor prima del dovuto la loro inevitabile dipartita con una dignità dalla quale molti umani dovrebbero essere ammirati.


Il comportamento dei tori, quello che ho appena descritto mi è oggi molto familiare, se non altro perché assai simile a quanto stanno facendo molte persone in questi giorni in cui il tema centrale su cui si dibatte è quello della "ripartenza". In tutto il mondo occidentale, quello che viene proposto come modello, unico ed efficiente, siamo noi i tori pronti a correre incontro ad un destino dal quale non siamo in grado di sottrarci. Nonostante le condizioni non siano per nulla chiare, che la pandemia sia tutt'altro che sconfitta, che le persone sottoposte a tampone siano molto meno di quelle necessarie ad ottenere un monitoraggio adeguato ed attendibile, nonostante le limitazioni che ogni attività dovrà rispettare per evitare d'incorrere in sanzioni, non si fa altro che parlare di riaperture. Riaprire come soluzione univoca ad ogni problema. Riaprire per intraprendere come i tori, la nostra corsa nei confronti di un destino al quale siamo ansiosi di andare incontro per alleviare il nostro malessere, dovuto all'accrescimento costante della nostra paura. Paura di non riuscire ad andare avanti senza un lavoro che rischiamo di non avere più e del quale non siamo in grado di fare a meno senza esporci al rischio della povertà, che diventa uno spettro dal quale scappare, incuranti che la strada intrapresa non sia esente dai rischi che conosciamo ma che fingiamo essere remoti: primo dei quali la ripresa di una pandemia che si è affievolita soltanto perché ci siamo imposti delle limitazioni alle quali abbiamo fatto l'abitudine per il tempo necessario a riorganizzare le nostre lamentele. Con queste premesse non ci rimane altro che andare avanti e cercare, incapaci di rimanere chiusi nel nostro nuovo recinto, di scoprire il futuro, del quale però non ci dovremo mai più lamentare. Potevamo ridiscutere tutto, provare a costruire un futuro diverso per le nostre esili vite passando per la riorganizzazione della nostra società afflitta da una serie di problemi che continuiamo ad ignorare, colpevolmente inclini all'auto giustificazione. Abbiamo preferito imboccare nuovamente l'unica strada battuta sino ad oggi, quella che ha permesso alla nostra civiltà di raggiungere il punto in cui siamo, facendo di noi un gruppo di animali incapaci di riorganizzare le proprie vite in base agli eventi a cui siamo costretti. Cerchiamo risposte alle nostre incertezze e alle nostre paure, ci buttiamo a capofitto per riuscire nelle grandi aree tematiche che costituiscono le fondamenta della nostra organizzazione societaria: il lavoro e la produttività: componenti essenziali per essere all'altezza delle aspettative, del giudizio e della scatola preconfezionata nella quale siamo costretti ad entrare per non essere etichettati come diversi, esseri incompresi dai quali prendere le distanze.


Pretendiamo, tanto per fare un esempio concreto, la riapertura delle spiagge, e ci andremo senza la possibilità di muoversi dall'ombrellone sotto il quale i nostri figli dovranno evitare di interagire con i loro coetanei, se non a debita distanza. Staremo in costume con la sola possibilità di andare a fare un bagno, per il bar e la ristorazione saremo serviti sotto l'esile ombra estiva proiettata dal nostro ombrellone, in cui non avremo la possibilità di accogliere amici con i quali parleremo a debita distanza. Nonostante questo, non riusciamo a sottrarci dall'idea di andare a fare le nostre ferie, ignari del fatto che con queste nuove regole sarà forse più stressante che starsene a casa. Ma non importa, vogliamo ripartire, rilanciarci all'interno di un mondo del quale ci lamenteremo non appena saremo in grado di percepirlo per come sarà: inevitabilmente diverso. E allora; tutti in attesa che aprano i cancelli per correre a perdifiato incontro al nostro destino, del resto siamo o non siamo come i tori a Pamplona? Speriamo che l'arena a cui siamo destinati non sia la stessa!