Sanpa


In queso lungo, fastidioso, pessimo secondo periodo nel quale sono forzatamente senza lavoro, continuando ad abusare tra le altre cose della tv, mi sono imbattuto nella tanto chiacchierata serie Sanpa. Una serie nella quale si ricostruisce, attraverso il racconto di molti ex ospiti, in un periodo che va dalla nascita sino alla morte del fondatore, la storia di una delle comunità di recupero per tossicodipendenti più famose in Italia, e con ogni probabilità anche nel mondo. Non scrivo per recensire la serie o per darne una mia opinione. Lo hanno già fatto in molti, evidentemente anche più titolati e credibili di me.

Scrivo per prendere lo spunto da quanto ho visto per fare una considerazione.

La serie a me personalmente ha ricordato quando, nell'affacciarmi all'adolescenza, assistevo durante alcuni raduni familiari, ad estenuanti discussioni tra i miei parenti, nelle quali si cercava di stabilire se il metodo adottato a San Patrignano fosse giusto oppure no. Erano i tempi che la serie tv ha ricostruito, nei quali si parlava spesso anche nelle famiglie di Muccioli e delle sue metodologie, finendo quasi sempre per dividersi, proprio come molti di quegli ex ospiti che hanno parlato nella serie. Tra di loro, ho nutrito un assoluta simpatia, oltre che una grande ammirazione per i modi ed i toni adottati, nei confronti di Fabio Cantelli, che come altri, ha ricostruito la sua esperienza all'interno di quella comunità, nella quale ha vissuto per lungo tempo quando era agli inizi. La sua ampia testimonianza si è conclusa nell'ultima puntata, dove tra le altre cose ha detto quanto riporto di seguito, fedelmente ed integralmente.

«Il rapporto di Sanpa con la verità è entrato in crisi nel momento in cui Sanpa ha pensato che la sua immagine pubblica fosse più importante della sua verità interiore, perché l'immagine pubblica faceva più colpo, faceva più impressione, ti dava più consenso. Ma quella è una strada di perdizione, ti perdi, perdi la tua anima, perdi la tua verità, che è una verità sfuggente, sempre molteplice, spesso contraddittoria; però è la vita che è così, se tu chiudi quella porta a quella verità tu chiudi la porta alla vita, cioè smetti di evolverti.»

Ho trovato il suo pensiero meraviglioso per profondità e concretezza, specchio di una realtà che è molto più vasta rispetto a quella a cui faceva riferimento, che coinvolge la nostra società, la nostra civiltà, finanche i politici, categoria nella quale il concetto espresso da Cantelli trova la sua sublimazione, tanto da fare dell'involuzione e del disprezzo della verità una componente dalla quale non riusciamo a liberarci, perennemente attratti dall'apparenza a cui viene strizzato l'occhio, con la speranza che questo basti al consenso generalista. Siamo nella strada della perdizione, ci siamo persi a forza di specchiarsi nell'intento di piacere. Abbiamo perso la nostra anima e la nostra verità, siamo un popolo che si accontenta di guardare le vuote vetrine nelle quali viene espresso il niente da cui siamo attratti, per mostrarci quanto più ci è possibile vicini al cliché che ci viene imposto dalle mode del momento. Una foto e passa tutto.

Siamo lo specchio della nostra miseria, tanto più oggi, epoca nella quale siamo incapaci, io primo tra tutti, di pretendere anche con insistenti forme di protesta civile, il riconoscimento della dignità che nel mondo in cui viviamo, non può essere scissa da un lavoro e da un reddito. Siamo fermi, aspettando di ripartire assistiamo all'ennesima crisi di Governo degli ultimi anni, dalla quale chi è stremato dalla miseria conseguita al Covid, non si aspetta niente di diverso da quello che sarà: un ulteriore ostacolo alle risposte che aspettiamo invano, urgentemente, se non altro per sapere che ne sarà di noi.