Resilienti o resistenti?



Lentamente, da alcuni giorni stiamo cercando di tornare alla routine che caratterizzava le nostre vite sino a che, nel marzo 2020, un maledetto virus proveniente da oriente non ci ha messo di fronte ad una realtà che non avevamo creduto potesse concretizzarsi.

Mai.

Quando parlavamo di oriente o di orientali spesso il riferimento andava ai gestori dei grandi bazar che lentamente stanno popolando le nostre città, nei quali ci rechiamo quando necessitiamo di oggettistica a buon mercato. Credevamo che a colpirci fosse stata una specie di influenza potenziata. Io stesso ho lungamente ignorato il virus, almeno sino a quando le sue nefaste potenzialità si sono manifestante -molto presto in realtà- con una tale brutalità che non le si sono più potute nascondere. Adesso combattiamo con i vaccini, sperando che ci vengano forniti e somministrati ad una velocità adeguata al raggiungimento dell’immunità di gregge. Nel frattempo siamo rimasti come eravamo, fatta eccezione per la diffusione di un termine praticamente inutilizzato sino a qualche mese fa.


Resilienza


Un termine che se non fosse stato tatuato sulla pelle di un noto influencer sarebbe, con ogni probabilità, rimasto ad uso e consumo di una ristretta elite d’intellettuali rimanendo sconosciuto a molte persone che oggi lo pronunciano con una confidenza a cui non avrebbero avuto accesso. È bastato un tatuaggio, soltanto qualche post. Il resto è storia.


Resilienza


La resilienza è fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre. Resilienza è uno dei termini con cui è stato chiamato il programma che abbiamo presentato in Europa per ricevere l’ingente quantità di denaro che la stessa Europa ci elargirà nei prossimi anni. Ma la resilienza prevede una riorganizzazione che noi non stiamo facendo.

Pensiamo al lavoro, solo per un momento. Continuiamo a vantarci di avere una carta costituzionale che ci definisce come Repubblica basata sul lavoro. Quale lavoro? Quello che svolgono i riders, le cui tutele non sono ancora scritte in uno straccio di legge, o quello dei corrieri la cui dignità lavorativa è riconosciuta in base alle consegne che vengono effettuate. Ancora, ci riferiamo forse al lavoro dei dipendenti delle grandi multinazionali dell’e-commerce che durante l’orario di lavoro non possono permettersi nemmeno di andare a fare pipi. Forse il lavoro su cui è fondata la repubblica è quello che hanno perso milioni di cittadini durante un anno in cui non lo hanno potuto svolgere. L’incapacità di cambiare prospettiva ci ha ingessati, cementati, tanto da ambire ad un futuro prossimo uguale al nostro passato. Alternativamente il lavoro inteso nella carta costituzionale potrebbe essere quello degli statali, dei lavoratori appartenenti alla disumana filiera burocratica riconducibile allo stato, che indipendentemente dalla qualità del loro operato possono contare su uno stipendio che ha una data prestabilita. Una garanzia che è e continuerà ad essere a tutela di troppi a dispetto di altri che certe coperture se le sognano.


Resilienza


La resilienza ci vorrebbe capaci di cambiare, di rigenerarci e facendo tesoro del conto che la realtà ci presenta, ma preferiamo confortarci con l’idea di continuare ad essere quello che eravamo, ignorando che nel frattempo tutto sta cambiando, e che molti dei cambiamenti che oggi ci sembrano reversibili con ogni probabilità non lo saranno. Siamo resistenti, non resilienti. Resistiamo al cospetto dell’unica alternativa che uno stato incapace di illuminarci o quantomeno illuderci con una prospettiva futura ci concede: ricominciare ad essere ciò che eravamo accettando il rischio di non rientrare nei nuovi tagli lavorativi che l’uscita dal virus attualizzerà ed ai quali ci dovremmo adeguare. Non ci saranno più stadi pieni, città affollate di turisti. Eppure facciamo finta di ignorarlo, e vogliamo riaprire, ripartire. La ripartenza sembra essere l’unica cura ai nostri mali. Non sarà così. Stiamo buttando via l’occasione -l'ennesima- di cambiare, incapaci di farlo perché troppo attaccati al nostro passato che è diventato un peso dal quale non riusciamo a liberarci. In un anno non sono cambiate di una virgola nemmeno le scuole, che continuano ad ostinarsi ad andare avanti come se il virus non fosse realtà. Non sono cambiati gli orari, i programmi, i mesi di lavoro. Da settembre a giugno soltanto la mattina. Tutto è rimasto proprio come era. Le uniche alternative prese in considerazione sono le chiusure. Chiudere per rimanere come siamo e non per cambiarci in funzione della causa che ci porta a chiudere. Un esercizio di miopia tanto grossolano da passare inosservato.


Resilienza


Un concetto che confrontato con la realtà dei fatti porta ad un contrasto il cui stridere non può che allarmare coloro che hanno un minimo di capacità di osservazione. In tutto questo, nel mezzo dell’immobilismo che ci contraddistingue, mentre fingiamo di non conoscere il cemento che ci ha resi inerti, pesanti, inefficienti, sembra che la soluzione adatta a venire a capo di questa incapacità di rigenerarsi possa trovare un alleato nel fiume di denaro che l’Europa ci invierà. Ancora una volta il denaro. Una chiave di volta risolutrice di tutti i problemi. Così ci dicono. Assisteremo, come sempre, all’avidità con cui la macchina statale, appositamente imbavagliata per godere del lauto pasto servitogli dall’Europa, riuscirà a divorarlo disperdendolo in mille inutili rivoli a beneficio della stessa struttura che, se veramente fossimo stati resilienti, avremmo definitivamente sovvertito. Noi assisteremo, convinti che questa sarà la volta buona.


Almeno bastassero i soldi.


Non succederà.