Quale futuro

Quale futuro stiamo scrivendo per le nostre vite, per quelle dei nostri figli e per le nostre città che lentamente si stanno ripopolando dopo un periodo di chiusura forzata?

La riapertura dei negozi, dei bar, dei parrucchieri e di tutte quelle attività, che sono rimaste chiuse per oltre due mesi, è l'ultimo atto di fiducia da quando l'arrivo del corona-virus ha sottoposto i commercianti ad una crisi sanitaria ed economica la cui risoluzione è tutt'altro che vicina. Ci eravamo illusi che "#andratuttobene" potesse essere uno slogan efficace, ma ci stiamo rendendo conto che, per quanto adatto e condiviso, da solo non basta. Le riaperture di questi giorni, sono un esempio della forza e dello slancio con il quale i proprietari di certe attività provano a far rimanere vivi i loro esercizi, che a causa delle nuove norme necessarie per contrastare la pandemia, sono oggi più di ieri vicini al baratro della chiusura, inevitabile quando al termine di una giornata di lavoro gli incassi non sono sufficienti a coprire le spese. Lo sforzo messo in atto da coloro che stanno provando a reggere l'urto non è soltanto un atto di coraggio, ma anche la dimostrazione che non esistono in questo momento alternative; nessuna altra strada percorribile per provare a sostentarsi in un momento in cui la crisi economica è più reale di quanto non la si sia percepita standosene chiusi in casa. Il sistema economico, quello nel quale provavamo a rimanere a galla, sta sgretolando ogni nostra certezza. Ci stiamo provando, ma per molti questo non basterà, e la chiusura di un numero indefinito di attività porterà, in un futuro piuttosto prossimo, a diverse conseguenze: economiche, sociali ed urbanistiche.


Negli ultimi decenni, le città situate nella parte di mondo che si è votata all'industrializzazione, che ha sposato il processo economico capitalista, hanno subito dei cambiamenti che le hanno trasformate in un ricettacolo del commercio, svuotandole e privandole dell'anima con la quale erano state pensate, progettate e vissute. Questo vale sopratutto per le città che hanno alle loro spalle una storia importante, come quelle europee e in certi casi orientali. In queste metropoli non siamo stati capaci di preservare gli equilibri che si erano venuti a creare nel corso della loro storia (sacrificata in nome della ricchezza e del profitto) palesando l'incapacità del genere umano di ragionare tenendo in considerazione gli interessi a lunga scadenza. Non esiste città, tra quelle mediamente grandi, che non sia stata oggetto di svendita: ogni locale è stato vittima di un processo di modernizzazione in cui ha indossato i panni della vittima sacrificale sull'altare del progresso, in nome del quale, ogni singolo spazio è stato reinventato per produrre un profitto altrimenti impossibile. Le case sono diventate affittacamere, i piccoli locali nei quali gli artigiani una volta esercitavano le loro professioni sono diventati negozi dediti al commercio, i fondi più grandi la nuova casa di negozi monomarca che man mano che s'ingrandivano hanno finito per inglobare o far morire le piccole attività commerciali a loro vicine. Tutto questo per incrementare la capacità di accogliere il nuovo e prosperoso mercato del turismo, che è cresciuto esponenzialmente dagli anni 60 in avanti, facilitato dalla nuova dimensione che le distanze hanno assunto a causa o per merito del processo di globalizzazione e dell'evoluzione dei mezzi di trasporto. Le città, che una volta erano il grembo dal quale hanno visto la luce le grandi correnti culturali capaci di influenzare la storia del mondo, oggi sono diventate centri di aggregazione privati della loro anima. Luoghi d'incontro ed aggregazione frequentati da individui spesso disinteressati alle regole del buon vivere e del rispetto altrui. Tutto questo per l'incapacità di preservazione, svenduta in nome di un concetto che nel dopoguerra è diventato basilare nella nostra società: il profitto.


Oggi stiamo commettendo il solito errore e navighiamo a vista all'interno di un processo che finirà per cambiare molte delle nostre consolidate abitudini. Le città innanzi tutto dovranno riorganizzare i loro spazi, riadattarli alle nuove esigenze della società che nel frattempo è stata distanziata dal virus. Ci dobbiamo rendere conto che la condivisione, alla quale anche le attività commerciali si erano votate, dovrà essere sostituita da nuovi piani di sviluppo capaci di rinunciare alla promiscuità collettiva. Gli amministratori degli enti locali dovranno essere capaci di trovare risorse diverse da quelle con cui attualmente riempiono le casse comunali: non ci saranno più, verosimilmente, tanti esercizi capaci di far fronte al pagamento delle tasse locali. Il mondo cambia e in questo caso il cambiamento, al quale non eravamo preparati, dovrà essere capito e plasmato sin da ora, facendo di coloro che lo vivranno più di chiunque altro, i bambini, il centro del progetto riguardante la riorganizzazione futura; che dovrà essere diversa da quella pianificata con regole sociologiche oggi inapplicabili. Nell'ultimo dei Decreti (che finalmente è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale) alle scuole e ai nostri ragazzi non è stato stanziato nemmeno un euro. Qualche milione (centocinquanta) è stato concesso alle scuole paritarie, ma niente alle scuole statali e ai suoi alunni, categoria di cittadini colpevolmente dimenticata dalla politica. Nel Decreto, denominato rilancio, sono stati stanziati 55 miliardi di euro. Buona parte serviranno per fare in modo che le persone ricevano un sostentamento economico grazie al quale mantenersi in questo periodo di difficoltà, ma per controbilanciare queste misure, che sono temporanee e difficilmente sostenibili e ripetibili, serve riprogrammare il futuro, farlo ora e farlo bene. Altrimenti tutto quello che è stato fatto non potrà soltanto che posticipare una fine che per quanto dolorosa, è stata già scritta, e prevede un collasso economico dal quale non potremo che uscirne con le ossa rotte.