Pensieri in disordine

Io, i miei sentimenti, la politica, il mondo. Un casino al quale cerco di mettere ordine.

In giornate come questa mi chiedo quale sia il mio posto nel mondo, nel quale a tratti, non posso fare a meno di sentirmi un corpo estraneo. Cerco di non pensarci, di alleviare il senso di fastidio che avverto. Esco, faccio due passi, ascolto della musica, leggo, provo a capire quale sia l'origine del fastidio che avverto quando tento di dare un senso a quello che osservo. Non riesco a riconoscermi in un sistema che ha dimostrato di poter essere compromesso in un battito di ciglia nella sua "dubbia" efficacia, ma che vuole ripartire fingendo che quello che è accaduto sia stato soltanto un piccolo, inutile accadimento da lasciarsi alle spalle. Non mi riconosco nell'inutile macchina burocratica che rende difficili anche le cose apparentemente facili, senza che se ne possano comprendere le motivazioni. Non mi riconosco nel linguaggio offensivo utilizzato dai parlamentari durante i loro interventi al Parlamento della Repubblica, durante i quali anziché dibattere per la costruzione del presente ed il futuro dei cittadini, si lasciano andare a delle esternazioni meritevoli di censura, attraverso le quali manifestano la loro inadeguatezza a ricoprire un ruolo fondamentale all'interno di un sistema democratico. Non mi riconosco tra coloro che "comunque vada ci riprenderemo", perché non deve andare comunque, ma deve andare bene, e noi dobbiamo essere messi nelle condizioni di poter dare un contributo, lavorando e sudando con la consapevolezza che questo sia utile alle nostre esistenze. Non mi riconosco nel consumismo sfrenato, nella mancanza di rispetto nei confronti di questo pianeta, la nostra casa alla quale stiamo togliendo le fondamenta, prima solide come il perfetto ecosistema ambientale che stiamo inesorabilmente e ciecamente compromettendo.


Vorrei che il mio fastidio nei confronti di tutte queste cose potesse essere cancellabile. Un colpo di spugna per ripartire e dimenticarmi di tutto, ma non riesco a convincermi che possa essere così, e continuo a chiedermi quale strada imboccare; per intraprendere un percorso capace di portarmi alla pace dei sensi. Non chiedo di essere felice, ormai sono abbastanza grande e conosco la natura effimera e sfuggente che caratterizza la felicità, tanto che mi accontento di accarezzarla ogni volta che ne ho la possibilità. Cerco piuttosto il benessere: un tipo di forza che non mi faccia tremare le gambe di fronte a certe porcherie che la vita -che nonostante tutto vale sempre la pena di essere vissuta- ci mette di fronte ogni giorno in forme diverse, capaci di svegliare in me paura, fastidio, inadeguatezza. Vorrei imparare ad essere contento, non felice ma contento, invece non lo sono perché pretendo di più, pretendo che le cose funzionino e pretendo di essere rispettato come merito dagli amministratori che hanno fatto leva sul mio senso civico per guadagnarsi le poltrone che si sono spartiti, dimenticandosi di dare un senso ai loro mandati e alle mie aspettative. Mi sento tradito, da loro e da me stesso, incapace in un mondo d'incapaci di richiamarli ad un dovere al quale si sottraggono costantemente con la certezza di essere impuniti.


Anche nel decreto di ieri, l'undicesimo dal 23 febbraio, ci sono risposte alle urgenti richieste di aiuto dei cittadini, che non potranno essere adottate se non al termine di percorsi burocratici sicuramente lunghi, tanto da stridere con le necessità inderogabili di buona parte del popolo. Perché se è vero che un decreto è stato varato, è altrettanto vero che ora entreranno in gioco tutta una serie di decreti attuativi, i quali con ogni probabilità, saranno a sua volta motivo di discussione e ritardo.


Un ultimo accenno alle lacrime del Ministro Bellanova, commossa per aver fatto inserire nel Decreto un articolo (il 110 bis) che con ogni probabilità non servirà a niente. Coloro che vorranno regolarizzare i lavoratori stranieri in forza alle loro aziende (limitatamente ai settori dell'agricoltura, assistenza alla persona e lavoro domestico) dovranno pagare (400 €), i lavoratori che invece vorranno cercare un lavoro in uno dei tre settori potranno avere un permesso di soggiorno di sei mesi pagando (160 €). Quale sia il beneficio di questa norma lo dirà il tempo. Nell'immediato, coloro che regolarizzeranno i "lavoratori in nero" riceveranno l'immunità, che implica la sospensione dei procedimenti concernenti l’impiego dei lavoratori per cui si presenta la dichiarazione di emersione. Dubito che questo possa essere motivo di ripensamento per coloro che fanno dello sfruttamento del lavoro e dell'evasione contributiva il loro business. Sarebbe stato sicuramente più corretto procedere nei confronti di chi non dispone delle regolari posizioni lavorative all'interno delle proprie aziende, mettendo fine ad un meccanismo che è noto alla politica dalla notte dei tempi, e che crea dallo sfruttamento delle persone disagiate, un margine di guadagno illecito, non tassato ed altrimenti irrealizzabile. Le lacrime, credo siano state versate per niente.