Palestra

Ascoltare i discorsi del premier Conte è diventata un usanza a cui il Covid ci ha costretti, o comunque abituati, e alla quale non mi sono sottratto nemmeno nell'ultima circostanza utile; domenica sera. Il messaggio veicolato agli spettatori, ampiamente anticipato da una serie infinita di indiscrezioni rivelatesi più o meno giuste, è servito a comunicare al paese quello che era stato deciso per contenere l'improvvisa crescita dei positivi al virus che, da oltre sei mesi, sta letteralmente stravolgendo le nostre vite. Quello che non era previsto, che è accaduto, e a cui sembra nessuno voglia dare il risalto che merita, ha riguardato una parte del discorso che il Premier ha rivolto alle palestre, intese come luoghi adibiti alla pratica di attività al chiuso, evidenziando l'inosservanza delle disposizioni a loro dedicate per poter svolgere l'attività senza far correre rischi ai loro clienti. Ha parlato, Conte, di come in alcuni casi non si presti attenzione all'osservanza delle disposizioni, mentre in altre circostanze le stesse vengono osservate con rigore e precisione. Perché questo pericoloso ed illegale approccio venga interrotto, il Premier si preoccupato di dare una scadenza temporale: una settimana. Se nell'arco di una settimana non cambieranno le cose, in sostanza, le palestre verranno fatte chiudere. Un messaggio lasciato cadere nel vuoto dalla maggioranza degli organi di stampa che non hanno rivelato, quanto in quelle parole ci sia la sintesi di un modo di fare che nella nostra società è divenuta abitudine. L'incapacità o la mancanza di volontà di punire i trasgressori, finendo per inserire nella loro categoria anche coloro che contrariamente, sono virtuosi e osservanti della babele regolamentare a cui sono sottoposti. Fare di tutta l'erba un fascio. Un abitudine che non risuona anomala se ha metterla in pratica è il vicino di casa, ma che non ci può lasciare indifferenti se ha promulgarla è il Presidente del Consiglio, che di fatto, ci ha lasciato intendere che non ci saranno differenze tra coloro che, a costo di sacrifici anche economici, si sono messi nelle condizioni di essere ossequiosi delle regole a loro imposte e coloro che certe regole le hanno affrontate come un fastidio a cui non dare nessuna rilevanza. Assecondare, o semplicemente non condannare questo atteggiamento è indice di una involontaria "complicità" che non può e non deve esistere. Ho trovato molto grave che a pronunciare certe parole sia stato il capo del Governo di un paese che dovrebbe, a maggior ragione nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale, garantire a coloro che stanno alle regole, talvolta anche poco comprensibili, un trattamento di riguardo, costringendo di fatto, coloro che non le osservano ad adeguarsi. Alcuni non rispettano le regole? Chiudete tutti. Ma quando mai! Chiudono coloro che non le rispettano a cui va dato un nome ed un cognome, meglio se scritti a chiare lettere su una multa. Nel discorso di Conte si è dato involontario risalto all'incapacità di essere controllori, irrispettosi di regole che ci autoimponiamo consapevoli di non poterle osservare. Tutto questo è grave, perché la barca può essere abbandonata dai cittadini, ma non lo può mai essere da parte delle istituzioni; i segnali di resa sono l'avamposto della disfatta.

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