Notte prima degli esami

Si è appena conclusa, ma solo per alcuni, la notte prima degli esami, quella che Venditti ha cantato e che spesso, ma non sempre, viene ricordata per tutta la vita.

Se fossi particolarmente superficiale potrei sostenere che la colpa della mancata ripresa delle lezioni scolastiche è da attribuirsi alla pandemia generata dal Covid-19. Ma siccome provo continuamente a non esserlo, superficiale, non posso fare a meno di affermare che la colpa è unicamente della classe politica, che ha pensato bene d'ignorare la messa in atto delle necessarie contromisure per poter garantire la ripresa e la normale, almeno apparentemente, conclusione dell'anno scolastico, magari attuando il solito programma di esami per i maturandi, sulle spalle dei quali peserà il futuro della nostra nazione, della nostra economia e del mondo nel quale, vale la pena ricordarlo, siamo ospiti; al punto che un virus non preventivato ci ha costretti ad adottare una serie di misure contenitive tali da scombinare in soli due mesi le nostre monolitiche -apparentemente- abitudini. La scuola doveva essere la prima a ripartire, se non altro perché la scuola è necessaria al mantenimento delle fondamenta sulle quali si basa la nostra società. Non si può pensare, infatti, nemmeno per un momento di continuare a dar vita alla democrazia, che i nostri antenati hanno messo in piedi e con la quale abbiamo deciso di regolarci, sottraendosi al dovere politico ed istituzionale di far funzionare la scuola. Dovere al quale da anni la nostra classe dirigente si sta colpevolmente sottraendo, incurante di nascondere ai nostri insensibili occhi la deplorevole incompetenza dalla quale è afflitta. Sarebbe giunto il momento di cambiare la rotta; invertire la tendenza per cui si è incapaci di mettersi nelle condizioni di capire che coloro che oggi vanno a scuola domani avranno il peso del paese sulle spalle. Vedendo la politica di oggi, la qualità molti di coloro che la mantengono in vita alimentando dibattiti parlamentari e non, come possiamo pensare di fare in modo che la tendenza cambi, se non attraverso la formazione dei nostri giovani? A voler essere maliziosi, si potrebbe pensare che gli attuali governanti vogliono alimentare questa forma d'ignoranza proprio per continuare a mantenersi il posto. Alimentare la stessa incompetenza che ha consentito loro di ricoprire certi incarichi, come caposaldo di un sistema all'interno del quale hanno dimostrato di saper eccellere.


La violenza della privazione della scuola non è tanto grave in senso materiale; lo è anche da questo punto di vista, ma non tanto quanto dal punto di vista etico. Non si può, nemmeno per un secondo, pensare che le scuole non siano al primo posto nella scala delle cose importanti. Abbiamo visto riaprire tutte le attività, comprese le sale bingo, dove l'assembramento fa parte delle regole sposate da quel modello di business, e tanto non si è voluto consentire a qualche decina di alunni di assembrarsi con le dovute precauzioni in appositi ambienti sanificati dando loro l'opportunità, a titolo di esempio, di svolgere un esame della durata di poche ore. Abbiamo visto l'accanimento di alcuni dirigenti, con il quale si è preteso che il calcio ripartisse: sono stati accontentati. A breve, con ogni probabilità, si procederà alla modifica delle normative che regolano la quarantena proprio per consentire alle squadre di calcio di non avere problemi in caso di tamponi positivi ad un tesserato: perché a loro li fanno, i tamponi anche senza sintomi, giusto per garantire il prosieguo dello spettacolo. Abbiamo assistito alla proclamazione degli stati generali, sforzandoci di capirne l'utilità; sbandierata inutilmente ai 4 venti da coloro che li hanno indetti.


Ci dovremmo chiedere perché assistiamo inermi a tutto questo scempio, per cui ha importanza soltanto ciò che è relazionato ad una fattura, uno scontrino, un incasso, mentre il resto e spogliato della sua utilità, sacrificato al cospetto dell'altare dell'economia. Ma se non siamo in grado di costruirci un futuro, non ne avremo mai uno. La scuola non può passare in secondo piano, non può essere consegnata nelle mani di insegnanti la cui categoria vede la percentuale dei precari vicina al 33%. La scuola non può privarsi continuamente di una parte di fondi, volontariamente e colpevolmente dirottati dagli ultimi Governi ad altri scopi molto meno nobili e redditizi. Siamo in ultima posizione quanto a spesa pubblica destinata all'istruzione secondo l'apposita classifica redatta dall'Ocse tra i 37 stati che ne fanno parte. Siamo penultimi per quanto riguarda il tasso di laureati in Europa (dopo la Romania). Le strutture dove hanno sede le scuole italiane sono spesso inadatte, vecchie, carenti di strutture accessorie di primaria importanza come palestre e biblioteche. E vogliono farci credere che il futuro dipende dagli accordi presi durante un inutile convention la cui promozione non fa che mettere in risalto l'attitudine con cui la politica si preoccupa di risolvere i problemi reali della popolazione: infischiandosene. Se ne infischia oggi, se ne è infischiata ieri, e lo farà anche domani, tronfia della superiorità con la quale si guarda attorno, godendo dei suoi privilegi e del permissivismo con cui questi gli vengono concessi dai cittadini, abbagliati, ieri come oggi, dal falso mito del denaro, grazie al quale sono portati a pensare di poter risolvere tutto o quasi. La verità è che siamo, nonostante l'enorme passo in avanti compiuto grazie alla tecnologia, sempre più ignoranti, tanto da ritenere che questa ignoranza sia figlia del caso; ma non è così. L'ignoranza è figlia delle scelte che ci vengono imposte, a cui noi ci sottoponiamo senza dargli il giusto peso, occupati a mandare avanti le nostre esistenze come se questo fosse di per se sufficiente a sottrarci alle nostre responsabilità, non ultima quella di garantire ai nostri figli il miglior futuro possibile, dal quale loro scappano cavalcando l'onda della stessa nostra ignoranza, al punto da farla sfociare in gesti assurdi, come quello di imbrattare con la vernice una statua per il solo gusto di essere oggetto di un attenzione, alla quale evidentemente ambiscono, cercando di colmare il senso di vuoto che e istituzioni e famiglie dipingono sullo sfondo delle loro esili vite.