Nonno raccontami.

Continua.

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Continuava a nevicare ormai da oltre un giorno e Tommaso, un adolescente quattordicenne, osservava dalla finestra della sua cameretta il candore del paesaggio che scorgeva e che, seppellito dalla coltre bianca sembrava molto diverso da quello che lui era abituato a vedere da quella postazione. La sera prima aveva ricevuto una notizia bella ed una cattiva, senza che avesse la possibilità di chiedere l'ordine con cui venirle a sapere, come accade nelle serie che vedeva alla tv, semplicemente durante il tg locale aveva appreso che a causa dell'abbondante nevicata che si stava abbattendo in quella zona le scuole sarebbero state chiusi per i tre giorni successivi (notizia buona) e che suo padre, vista l'ultima votazione ricevuta dal figlio nel compito di matematica, un sonoro 4, aveva deciso di requisirgli il telefono per una settimana (notizia cattiva). A nulla erano valse le proteste di Tommaso, che aveva provato ad elaborare una tesi che potesse essere sostenuta anche da sua mamma, che contrariamente a quanto faceva di solito, non aveva gettato nessun salvagente al figlio, appoggiando in tutto e per tutto la decisione del marito. "Quando è troppo è troppo Tommaso!", aveva detto senza lasciare traspirare nemmeno un accenno di rabbia, "a ragione tuo padre, ci dovevi semplicemente pensare prima, sono mesi ormai che passi sempre più tempo davanti a quel dannato telefono, mentre tutto il resto è diventato un accessorio della tua esistenza che sembra non aver nessun valore: studi sempre di meno, vai a giocare al calcio sempre controvoglia e anche quando guardi la tv lo fai con un occhio solo, mentre con l'altro continui a osservare il display del telefono; e guai a fartelo notare, perché hai sempre la giustificazione pronta: mi è arrivato un messaggio, devo scrivere per sapere una cosa di scuola, guardo solo la fine di un video che mi hanno inviato, e tutta una serie di stupidaggini che non siamo più disposti a tollerare, vediamo se una settimana ti sarà utile per disintossicarti, altrimenti si può anche fare un ulteriore proroga, ci riserveremo di valutare più avanti". Non solo non le era venuta incontro, sua madre aveva addirittura aggravato la sua posizione, già di per se molto precaria, agli occhi del padre; che disdetta! Era proprio un bel casino, aggravato dal fatto che senza scuola le giornate sembravano ancora più lunghe. Guardando verso la coltre di neve, che ormai aveva avvolto tutto il giardino intorno a casa, si mise ad osservare la coltre di fumo che si levava dal camino della casa di suo nonno, appena a pochi metri dalla casa in cui viveva lui con la sua famiglia. Era stato il nonno di Tommaso a comprare quel vecchio podere, ristrutturarlo e trasformalo in una serie di abitazioni che poi aveva donato a ciascuno dei suoi tre figli, tenendosi per se soltanto un piccolo annesso, nel quale viveva da solo ormai da oltre dieci anni, quando la moglie era stata portata via da una leucemia pressoché fulminante, che in meno di un anno l'aveva consumata e spenta: velocemente, inesorabilmente. All'interno di quel podere, ormai da oltre un lustro vivevano soltanto la famiglia di Tommaso e suo nonno, gli altri, zii e cugini di Tommaso, pur avendo inizialmente abitato in quelle case recentemente avevano preferito trasferirsi in città, recandosi al podere soltanto nei mesi estivi, quando la canicola cittadina diveniva insopportabile. Pertanto Tommaso era realmente solo, privato anche della possibilità di andare a far visita ad uno dei suoi tre cugini, con i quali tuttavia non era in ottimi rapporti di amicizia e pertanto, svogliato anche nei confronti della tv che sembrava richiamare la sua attenzione dal fondo della cameretta nella quale rimbombava la musica della sua radio preferita, decise di andare a far visita a suo nonno, con il quale, si rese conto mentre seguiva con gli occhi la coltre del fumo fuoriuscire dal camino, ultimamente non parlava quasi mai.

2

Non appena vestito, Tommaso disse a sua mamma che sarebbe uscito, e quando lei con il solo sguardo lo interrogò su dove volesse andare con una nevicata tanto fitta, lui le rispose, controvoglia, dicendogli che andava dal nonno. Non appena si chiuse la porta alle spalle non poté fare a meno di guardare la coltre di neve che si apprestava a deturpare con il suo passaggio: un manto bianco di alcuni centimetri che lui avrebbe violato, anche con un certo dispiacere, per raggiungere la casa di suo nonno ad alcune decine di metri dalla sua. Il cielo era plumbeo, l'orizzonte sembrava essere a portata di mano tanto la visibilità era ridotta dall'incessante caduta della neve che Tommaso osservava ammirato. Non ci fu bisogno di bussare, la porta del nonno era sempre chiusa con le chiavi nella toppa, quasi a voler ribadire che chiunque era ben accetto all'interno di quelle mura, dove il suo vecchio combatteva la solitudine, alla quale non si era rassegnato una volta rimasto vedovo, leggendo libri e quotidiani. Anche oggi, nonostante la neve, la sua panda 4X4, come testimoniavano le ruotate lasciate sul manto nevoso, aveva percorso la strada verso la città, tanto per far si che il nonno comprasse i sue due quotidiani di riferimento, che come ogni giorno, avrebbe letto al contrario, partendo dal fondo sino alla prima pagina. Non appena Tommaso aprì la porta, fu avvolto dal calore della casa, nella quale i termosifoni ed il camino, a giudicare dalla temperatura, stavano svolgendo al meglio il loro compito. Del nonno nessuna traccia, tanto che il giovane fu colto quasi da un senso di disagio, una sensazione sinistra che non ebbe il tempo di diffondersi; non passarono che alcuni secondi prima che la porta del bagno si aprisse, lasciando intravedere la sagoma del vecchio, che a dispetto dell'età manteneva un fisico buono ed una postura assolutamente tutt'altro che avvizzita, con le spalle che non si erano minimamente piegate sotto il peso degli anni, dei dolori e delle vicissitudini attraverso le quali, in oltre ottanta anni di vita, era normale che fosse passato. "E te che ci fai qui?" Chiese il nonno non appena scorse la sagoma del nipote intento a levarsi il pesante giubbotto invernale bagnato dalla neve. "Sono venuto a farti un saluto, tanto oggi e domani causa maltempo non abbiamo la scuola, per cui sono venuto a vedere come te la passi". Non bastarono queste parole a dissolvere dallo sguardo di nonno Gianni la perplessità che vi era impressa, come se la risposta che aveva ricevuto dovesse essere ulteriormente argomentata. Prima ancora che potesse dar voce alla sua perplessità il nipote, con il quale da sempre aveva un rapporto amichevole, precisò che era in punizione, che gli era stato tolto il telefono, e che pertanto, siccome non sapeva come passare il tempo, aveva deciso di fargli visita. La spiegazione fece scomparire la perplessità dipinta nello sguardo del vecchio, che con un sorriso benevole volle sapere da Tommaso cosa aveva combinato per mettersi nei pasticci. Una volta sentita la risposta dal nipote, veloce e poco ricca di particolari per la verità, non poté fare a meno di chiedergli se non avere il suo telefono fosse una cosa tanto grave. Fu sorpreso nell'udire che era una cosa proprio fastidiosa, al pari di una menomazione, non avere il telefono per Tommaso era equiparabile alla sottrazione di un appendice senza la quale la vita era meno significativa. "Non ci credo!" Rispose Gianni guardando dritto negli occhi Tommaso, "tu mi vuoi far credere che la mancanza di quella diavoleria, determina il tuo malumore? Davvero mi stai dicendo questo?" "Certo nonno, rispose l'adolescente per nulla intimorito dal tono di sfida con cui le domande gli erano state poste, vorrei vedere te se ti tolgono il giornale, la televisione -che anche il quel momento era sintonizzata su un canale di news- o l macchina per andare a comprare il giornale". "Per te togliermi la macchina, il giornale o il tuo telefono è la stessa cosa?" Gli chiese lui continuandolo a guardare dritto negli occhi, e la risposta non tardò ad arrivare: "certo nonno, certo!" "Allora caro nipote mettiti comodo, è arrivato il momento che ti racconti una storia, la mia storia, cosi che tu possa capire alcune cose, se mai dovessi passare a miglior vita, almeno, sarò grato a me stesso di aver condiviso questa riflessione con te". Tommaso seguì le indicazioni del nonno, appese il giubbotto, che nel frattempo aveva iniziato a gocciolare nel pavimento, vicino al camino perché asciugasse il prima possibile e si mise nel divano di fronte al focolare in attesa che il nonno, che nel frattempo era andato a prendere gli occhiali dalla madia di fianco al tavolo del soggiorno, iniziasse il suo racconto.

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Nell'attesa che il nonno iniziasse il suo racconto Tommaso ebbe modo di pensare ad una realtà che non aveva mai preso in considerazione; era la prima volta da quando la memoria lo supportava, che sedeva nel divano a casa del nonno; sino a quel giorno le sue visite erano state tanto veloci da non lasciargli nemmeno il tempo di sedersi: uno "ciao come va" detto in piedi, in attesa della risposta scontata e della consapevolezza di aver assolto a quell'incombenza che il padre premeva perché venisse osservata: "Tommaso vai a salutare il nonno", gli ripeteva quando si rendeva conto che al figlio del nonno non interessava un granché. Il nonno nel frattempo si era seduto nella sedia del tavolo, dove erano poggiati i giornali del giorno, mentre quelli vecchi, forse dell'ultima settimana, erano stati messi accanto al camino, in attesa di essere riciclati come accendi fuoco. "Io sono nato nel 1936 Tommaso, te lo ricordi?" Senza dare modo al nipote di rispondere a quella che era stata una domanda retorica Gianni continuò nello sviluppo del suo pensiero. "Immagino che tu non ti sia mai posto questa domanda, ma se mai tu la'avessi fatto oggi sapresti che ho vissuto, più o meno alla tua età di oggi la seconda guerra mondiale, la stessa che stai studiando a scuola in questo periodo. Quando i Tedeschi occuparono questa zona, qui nei dintorni di Arezzo, io e la mia famiglia assistemmo a tanti di quei soprusi che il solo pensiero mi fa venire i brividi. Donne violentate, furti nelle case, ed un continuo senso del terrore che si era impadronito di noi, abitanti, cittadini di questo posto che in quel momento ho temuto fosse stato dimenticato da Dio. Ma per fortuna mi ero sbagliato, e dalla fine della guerra in avanti riuscimmo noi tutti, a tirare avanti con dignità e forza, ritrovando lentamente anche il piacere di sorridere, di essere contenti sempre e comunque nonostante non avessimo nulla. L'obbiettivo di tutti noi, sopravvissuti alla violenza dei bombardamenti e al terrore del fascismo e dei tedeschi, era semplice e consisteva nel procurarsi da mangiare. Ci svegliavamo la mattina consapevoli che alla sera se avessimo fatto due pasti sarebbe stato un successo, e conducevamo le nostre vite da reduci in cerca di un umile lavoro che ci permettesse di realizzare il nostro intento. Eravamo inconsapevoli e ignoravamo tutte le sfumature che oggi si ritengono necessarie per sentirsi soddisfatti. La vita, anche se è insolente dirlo, era semplice, molto più di quanto non lo sia oggi, tanto che in certi momenti vorrei dare ragione (e questa è l'insolenza) a coloro che sostengono che era meglio allora. Non appena mio padre e mia madre riuscirono a trovare un lavoro, nell'immediato dopoguerra, rispettivamente da contadino e da domestica, presso una famiglia di possidenti terrieri, io che ormai avevo smesso di frequentare la scuola venni preso come aiutante presso le stalle della stessa famiglia che faceva lavorare i miei genitori. Oltre al lavoro, ci veniva offerta anche una stanza all'interno di un enorme casolare (una "leopoldina") nella quale dormivano insieme a noi tutte le altre famiglie che lavoravano nella stessa casa. Eravamo davvero tanti, uomini, donne, vecchi, bambini e bambine; una promiscuità che oggi sarebbe eccessiva anche solo se pensata. Non avevamo il bagno e quando dovevamo fare un bisogno eravamo costretti ad andare nel retro dell'edificio. A raccontarla oggi, una situazione come quella, faccio a fatica a far capire a chi mi ascolta che quei ricordi sono tra i più lieti della mia vita. Non avevamo niente, assolutamente, ma le nostre ambizioni erano più che ripagate, e quando alla sera ci riunivamo tutti intorno al tavolo, dove potevamo scegliere cosa mangiare, prendeva forma la consapevolezza che ogni nostra preghiera era stata accolta, il segno che Dio, per l'appunto, non si era dimenticato di noi. Noi, di contro e per ringraziarlo, pregavamo ad ogni pasto, un "Padre Nostro" per ogni pietanza, e fatico a spiegare con quale serietà quelle preghiere venivano recitate. Il punto Tommaso e che se non ti aspetti niente e non hai niente non puoi stare male, al contrario se ti aspetti di avere tutto, come te oggi, la prima cosa che vi viene a mancare rappresenta un dramma, basta guardare la tua espressione ora che non hai il tuo telefono!"

4 Tommaso continuava a guardare il nonno senza celare la perplessità con cui lo stava ascoltando, non capiva quale fosse il focus di quel discorso, che lo stava stancando come un ora passata su un libro a studiare, anche se, forse per paura di mancare di rispetto al nonno, cercava di non far trasparire il crescente senso di noia che iniziava ad avvertire. "Una volta finito il primo periodo dopo la guerra" continuò nonno Gianni "sembrava che ognuno di noi potesse dar sfogo ad ogni sua aspirazione, l'Italia era davvero un cantiere aperto, all'interno del quale, armati di sola invettiva e volontà, si potevano fare tante di quelle cose che il solo pensarci mi fa ringiovanire: eravamo a fine degli anni 50', inizio anni 60', la crescita economica era vertiginosa, ognuno dei miei coetanei, dei miei amici, quelli con i quali ero cresciuto sognando un futuro migliore, iniziò a dar vita al quel sogno. Io, per non fartela troppo lunga, dopo essermi sposato con la nonna, con la quale avevo condiviso lo stesso tetto in quella grande comune che era la leopoldina, aprii la macelleria, un prosieguo naturale di quanto avevo imparato lavorando nelle stalle della famiglia Rossi fino a quel momento. Gli affari iniziarono da subito ad andare bene, ma per me, che ero rimasto un bimbo che voleva procurarsi da mangiare, non cambiò il mio approccio nei confronti della vita. Quello che cambiò, invece, fu il mio conto in banca, stavo iniziando ad avere i soldi, e la cosa buffa era che non sapevo che farmene, tanto che mi resi conto che di averli perché il direttore della banca mi propose alcuni investimenti. Lo ricordo come fosse ora; il direttore che mi parla e io che lo ascolto senza capire cosa mi stesse dicendo, assorto e ovattato nel senso di colpa che stavo provando per l'avanzare della consapevolezza di essermi arricchito. Eravamo a metà degli anni 80'. Uscii dalla banca e mi recai al lavoro, non nego che da quel giorno la mia visione del mondo circostante cambiò; e abbi la netta sensazione che quel cambiamento per me era un fastidio. Io ero rimasto com'ero cresciuto, ma coloro della generazione dopo la mia, coloro che nacquero negli anni 50' e 60' avevano altre priorità rispetto a quelle che avevo avuto io: percepivo in questi uomini il desiderio di ricchezza, quello che io non ho mai avvertito, memore dell'insegnamento che la guerra mi aveva tatuato nell'anima. Controvoglia, assecondando anche il desiderio di nonna decisi di comprare il locale dove avevo la macelleria, e poi, visto che ancora di soldi ne avevo comprai questo podere, grazie al quale mi ero prefissato di poter garantire una casa per il futuro dei miei tre figli. Ma nonostante avessi avuto modo di fare queste compere, di migliorare il mio stato sociale, la vita non era cambiata minimamente: lavoravo sempre e costantemente almeno 12 ore al giorno, e non sentivo nessuna ulteriore necessità: potevo riassumere la mia vita e il mio modo di condurla in due parole: lavoro e famiglia. Il mondo intorno a me invece stava ampliando i propri orizzonti, le persone iniziavano a viaggiare, si concedevano le vacanze estive, talvolta invernali, si comperavano le migliori macchine, gli elettrodomestici, e s'iniziava ad avvertire nell'aria la voglia di benessere ed il bisogno di poterlo imporre come una conquista che io non ho mai avvertito come necessaria. Ma io ero una mosca bianca, per molte delle persone che conoscevo e che ancora oggi saluto quando c'incontriamo, la vita era diventata una gara grazie alla quale dimostrare la propria bravura, che consisteva nell'ampiezza del conto corrente e di alcuni benefit ad esso associati. La ricchezza era entrata in società; i soldi stavano diventando la scala per misurare la propria riuscita. Credo che ancora oggi per molti di noi sia così". Tommaso continuava ad ascoltare il nonno senza fiatare, ma nonostante l'avversità iniziale a quello che pensava fosse un inutile "pippone", stava iniziando a sentirsi solleticato da quelle parole e dal modo fermo e rassicurante con cui venivano pronunciate. Il discorso del nonno, contrariamente ad ogni previsione, stava attirando la sua attenzione.

5

"E poi cosa è successo?" chiese Tommaso infastidito dall'improvvisa sosta del nonno che si era alzato dalla seggiola e aveva messo un po di legno e soffiato sul fuoco per evitare che si spegnesse. "Poi è successo che la corsa ai soldi ha portato ad una serie di conseguenze, tra le quali la più spiacevole è stata sicuramente tangentopoli, un indagine della procura di Milano che ha consentito di smascherare un malcostume che si pensava non esistesse: pagare per avere dei favori". Lo sguardo di Tommaso iniziava a far trasparire una crescente perplessità. Prima che ebbe modo di fare domande Gianni continuò il suo discorso. "Si pagava per avere in cambio dei favori, tanto per farti un esempio, come se tu offrissi dei soldi al professore in cambio di ottimi voti, anche se in realtà questa forma di malcostume è molto più complessa di così. Sta di fatto, che da allora la società e la nostra classe politica hanno subito un cambiamento che a mio modo di vedere non è servito a migliorare la situazione, anche perché con le tangenti non si è fermata la spirale negativa dalle quale inesorabilmente ci siamo fatti inghiottire. Per quanto mi riguarda il cambiamento più importante della mia vita nel periodo immediatamente successivo alle varie inchieste che sono succedute alla prima, messa in atto da un pubblico ministero di nome Di Pietro, è stata la pensione. Come ti ho detto, non ho mai lavorato per uno scopo diverso da quello del mantenermi, dove per mantenimento intendo la possibilità di essere autosufficiente. Tuo padre che aveva iniziato a lavorare con me alla macelleria era diventato nel frattempo abbastanza bravo da poter mandare avanti l'attività, i suoi fratelli che avevano preferito studiare, si erano laureati ed erano ormai autosufficienti, pertanto all'alba degli anni 2000 mi sono concesso la pensione, non tanto perché ne avessi bisogno, ma semplicemente perché era arrivato il momento giusto. Una volta in pensione mi sono messo ad osservare da fuori, da questo casolare isolato dalla civiltà, il mondo nel quale facevo sempre più fatica ad immedesimarmi, nel quale mi trovavo a disagio e ho goduto del tempo che finalmente potevo passare con tua nonna. Ma la vita certe volte ci riserba delle sorprese terribili, e proprio quando mi ero abituato al ritmo della pensione e ai piaceri della convivenza prolungata con nonna lei si è ammalata, e prima ancora che mi rendessi conto di quanto fosse grave è mancata. Ma nonostante il dolore, il senso di vuoto che ha riempito la mia vita -strano no? il vuoto che riempe- ho continuato ad osservare la società dalla quale mi ero discostato, e ho vissuto da fuori come un osservatore silenzioso, il diffondersi crescente del secondo tarlo dopo i soldi: l'immagine, il desiderio costante e crescente di apparire". Ci fu un attimo di silenzio, sembrava che la neve che continuava a cadere fuori dalla finestra avesse avvolto nel suo candore anche la stanza dove nonno e nipote stavano consumando questa insolita -per le loro abitudini- conversazione. "Soldi e apparenza" un mix di stupefacenti che stanno avvelenando la società, quella in cui stai crescendo credendo che sia normale capire l'umore di una persona da una foto condivisa piuttosto che da un dialogo, quella in cui è prioritario saper vendere al meglio la propria immagine, quella in cui i contenuti e gli involucri delle persone hanno sempre meno valore". Tommaso iniziava a dare segni di insofferenza, il suo umore era un altalena capace di farlo passare dalla curiosità per quello che ascoltava alla rabbia che provava quando aveva l'impressione di non riuscire a capire quale fosse il succo del discorso, e senza pensarci troppo lo disse a suo nonno: "io non capisco di cosa stai parlando, cosa mi vuoi dire, perché ho l'impressione che tu mi stia sgridando, o comunque facendo una ramanzina, mentre fino a due minuti fa stavamo parlando di tangenti! Quale è il nesso?"

"Non c'è nessun nesso, ti vorrei solo mettere in guardia dal diffidare dalla falsa scala di priorità che viene imposta dal diffondersi dei costumi e delle abitudini che ormai fanno parte della tua generazione. Mettete davanti a tutto il consenso altrui, piegate la vostra volontà e le vostre abitudini all'opinione della massa, e finite per condividere i vostri stati non per diffondere il vostro pensiero, ma per attirare su di voi il consenso degli altri. Siete piegati sotto il peso della conformità, avete perso la vostra strada, preferendo imboccare l'autostrada del conformismo, la stessa che vi farà sentire inutili quando non riuscirete a mettervi in mostra; a diventare "youtuber" di successo piuttosto che "influencer" o chissà quale altra forma di lavoro in voga nel prossimo futuro. Sei arrivato qui Tommi completamente rabbuiato per non avere a disposizione la tua dose di tecnologia giornaliera, niente pc, niente telefono, niente giochi, e stai scoprendo forse, adesso, il piacere di una chiacchierata, quelle che non avrai più modo di fare quando tra qualche anno andrai a cena fuori con i tuoi amici, ognuno dei quali sarà preoccupato di interferire con il telefono, fotografare il piatto che mangia, inviare un messaggio, dimenticandosi di dialogare, di mantenere in vita il rapporto umano, il contatto tra le persone, il dialogo. Facciamo parte di un umanità che ha dimenticato di far risaltare la caratteristica principale che ci distingue dagli altri mammiferi, il dialogo, la capacità di fare conversazioni elaborate". Finì di pronunciare queste parole e senza distogliere lo sguardo dal nipote gli mise sotto gli occhi la pagina di uno dei quotidiani che aveva riposto accanto al camino. La pagina conteneva un articolo in cui si parlava dell'ascesa di una moda tra i giovani Nominata “Skullbreaker Challenge”. Il nonno invitò il nipote a leggere ad alta voce l’articolo, e senza celare il suo disappunto Tommaso l’accontento. Una volta finita la breve lettura Gianni chiese quali fossero secondo il punto di vista del nipote le motivazione per commettere una tale idiozia. Tommaso rispose risentito che lui non lo sapeva, che non gli sarebbe mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di fare una cosa come quella. “Eppure la fanno, i tuoi coetanei, i ragazzi della tua età e anche più grandi, perché secondo te? Per apparire, per attirare un attenzione che secondo loro è necessaria per sentirsi migliori, per sentirsi qualcuno. Capisci cosa ti voglio dire Tommi?” Nello sguardo del nipote era dipinta la perplessità di chi non capisce, di chi ascolta ma non mette a fuoco il senso del discorso. “Facciamo cosi” gli disse il nonno sorridendo, “facciamoci un bel piatto di pasta e parliamo dia altro, ma promettimi una cosa, ricordati di questo giorno e di quello che ti ho detto, fanne tesoro e non lo dimenticare mai”. Tommaso lo promise, e anche se continuava ad assecondare silenzioso il moto che la sua mente stava compiendo alla ricerca del significato di quelle parole, ebbe la netta impressione che quella giornata non se la sarebbe dimenticata, che quell’insegnamento avrebbe costituito una pietra miliare per il compimento del suo percorso di vita. Quel giorno inoltre, ebbe modo di assaggiare il piatto di carbonara più buono di sempre e di bere il suo primo bicchiere di vino, soltanto un dito, come disse il nonno. Quando a pomeriggio inoltrato il buio stava avanzando velocemente, oscurando le ormai lunghe ombre proiettate sul terreno e Tommaso si congedò dal nonno per far rientro a casa, ebbe l’impressione di aver passato una giornata epocale, di quelle che riempiono il cuore senza che si capisca il perché, e quando entrò in casa ebbe modo di rendersi conto di quanto la sua inquietudine, quella provata durante il monologo del nonno, si fosse trasformata in un diffuso senso di pace e benessere, una quiete interiore a cui non era abituato, ma che lo faceva stare assai meglio della frenesia alla quale, la sua giovane vita di quattordicenne, si era progressivamente adeguata.