Morte sul lavoro

40 decessi sino ad oggi dall'inizio del'anno. Perché andare al lavoro a volte può voler dire non tornare. Condivido alcune pagine di diario di un lavoratore, un macchinista delle ferrovie. Pagine redatte dal sottoscritto senza nessun riferimento a persone o cose realmente esistite, e frutto esclusivamente della mia fantasia.

Mi sveglio allertato dal fastidioso suono della sveglia del telefono. Ormai da oltre un mese mi ripeto che devo cambiare quella maledetta suoneria, o finirà che mi prende un esaurimento nervoso, a forza di aprire gli occhi al suono acuto di una sorta di gufo, capace di farmi essere inquieto ancor prima di azzittirlo pigiando l'apposito tasto. Cerco di alzarmi senza fare rumore, fuori la notte tiene duro nei confronti del giorno, ancora lontano dal prendere il sopravvento; mia moglie dorme, prima di alzarmi la guardo, l'accarezzo e la bacio con tutto l'amore di cui sono capace, mi rendo conto che dopo vent'anni di matrimonio ancora la reputo la mia fortuna, il mio tutto. Indispensabile sostenitrice, compagna fedele e paziente: la amo, e ne sono orgoglioso. Mentre entro nel bagno e accendo la luce me la immagino con la sua faccia sorpresa, quando la prossima settimana in occasione di San Valentino le darò il mio regalo, un viaggio a Parigi, un posto dove da sempre sarebbe voluta andare, ma dal quale è stata tenuta lontana dalle innumerevoli sorprese che la vita le ha riservato: i figli, il matrimonio, il lavoro e infine i soldi, mai abbastanza da poter prenotare un volo. Ma ora, finalmente, anche quel desiderio che da tempo aveva represso potrà veder la luce, e sono orgoglioso di pote prendere questo merito. Mi guardo allo specchio, per evitare di fare troppa confusione decido di non farmi la barba, il rasoio elettrico del resto è rumoroso, mi lavo i denti, mi pettino i capelli nel mentre lo sguardo cade sull'orologio: le 3:15, realizzo che mi devo sbrigare, il mio turno al lavoro comincia giusto tra quarantacinque minuti; decido quindi di accelerare, per evitare che quella sensazione che deriva dalla mia perenne ansia da ritardo prenda il sopravvento. Inizio a vestirmi, e ci metto davvero poco, d'altronde i vestiti sono già pronti sopra la sedia posta davanti all'armadio, da cui riesco a vedere i letti dei miei due figli. Scorgo le loro figure immobili sotto le coperte, e capisco, ancora una volta, di quanto debba essere felice di me stesso, della mia vita e di quello che sono stato capace di costruire. Mi affaccio nella loro camera, i miei due maschietti di 15 e 11 anni dormono nella stessa stanza, avvicino la mia mano alla bocca quasi come volessi tirargli un bacio, un gesto che ripeto, consapevole che loro non possono vederlo ma che mi riempie il cuore, perché riesce a misurare la gioia che mi mi esplode dentro quando li guardo. E' l'ora di uscire, non posso permettermi altre considerazioni, faccio mente locale sul da farsi, entro in cucina, vedo che Alex, il nostro bassotto, dorme nella sua cuccia, lui che di solito quando faccio il turno di notte mi saluta e mi guarda con il muso a voler dire "perché cosi presto". Anche lui stamani sembra ignorare la mia presenza, sorrido a questo pensiero, apro il frigorifero e mi appresto a prendere il mio pranzo, preparato la sera prima da mia moglie, ancora fermamente convinta che certe abitudini non debbano morire mai, orgogliosa di portare avanti tutte una serie di gesta che da sempre hanno caratterizzato la nostra storia e la nostra unione, sin dai giorni in cui il tempo che ci dedicavamo non era contaminato dai doveri a cui eravamo attesi per la gestione della famiglia che nel frattempo ci eravamo costruiti attorno. Metto il pranzo nel mio zaino, prendo le chiavi dal mio portaoggetti, adagiato accanto alla televisione di sala. Guardo il divano, un sei posti nel quale pregusto di adagiarmi stasera, di rientro dal turno di notte e da tutte le commissioni che so di dover fare prima di poter rincasare. Di sicuro dopo cena guarderò il Festival di Sanremo, accompagnato dalla mia famiglia; sono un uomo fortunato, e sono assolutamente felice di sentirmi riempito dalle mie abitudini, non potrei volere nulla di diverso. Mi volto, guardo la casa per l'ultima volta, spengo la luce e mi avvio verso l'ascensore nel pianerottolo, il lavoro mi sta aspettando.

Esco di casa e percepisco il freddo pungente, una nottata tipicamente invernale, come non ce ne sono quasi più. Alzo lo sguardo verso il cielo e vedo le stelle, o meglio, riesco a percepirne la presenza nonostante le luci della notte cittadina sminuiscono la loro luminescenza sullo sfondo nero pece della notte. Salgo in macchina, metto in moto e con il sottofondo musicale della radio, il cervello ancora impegnato ad ultimare il risveglio, inizio a percorrere la solita strada, quella che dalla periferia di Milano mi farà arrivare in zona San Siro, dove come di consueto parcheggerò l'auto per poi insieme al mio amico e collega Giuseppe, che grazie alla sua generosità mette a disposizione il suo motorino, raggiungerò la stazione centrale, dove saliremo sul treno per dare inizio al nostro turno di lavoro, che oggi ci vedrà andare e tornare da Bologna con due treni frecciarossa, all'interno dei quali, diciamoci la verità, noi macchinisti svolgiamo le nostre mansioni con grande piacere, visto che quello è uno dei mezzi più comodi che ci viene messo a disposizione. Mentre guido la macchina non posso fare a meno di notare quanto sia bella la città a notte fonda, quando sembra dormire e compiacersi del silenzio che l'avvolge anche se stamane non c'è la nebbia, che per quanto fastidiosa, riesce a far risaltare la mancanza di rumore, quasi a volerla preservare, come a volergli dare maggiore importanza. Arrivo nei pressi dello stadio, Domenica ci sarà il derby e già mi pregusto le sofferenze alle quali sarò sottoposto, io interista di vecchia data mi recherò allo stadio con il mio abbonamento, pronto a soffrire ed esultare, sperando che sia il secondo sentimento ad avere la meglio. Ora che ho l'opportunità di ammirare lo stadio in tutta la sua bellezza mi chiedo come sia possibile che lo si voglia abbattere, anche se capisco l'esigenze delle società di voler un impianto con cui sia possibile aumentare gli introiti. In effetti anche il business dello sport non puo più prescindere dalla costruzione d'impianti moderni e all'altezza di soddisfare tutte le esigenze dei tifosi. Certo che se come dicono Inter e Milan, il Meazza non si può ristrutturare visto i costi troppo alti che sono necessari, mi chiedo perché tenerlo? Se non sarà più il nostro stadio, quello in cui recarsi per vedere le partite perché lasciarlo li; testimone di un tempo andato che non ci sarà più. Se non ospiterà le partite abbattetelo e buonanotte, coloro che l'anno vissuto nel suo splendore come il sottoscritto lo porteranno comunque nel cuore. Il "toc toc" al vetro della macchina, nel frattempo parcheggiata al solito posto, mi fa emettere un sussulto, ero cosi assorto nei pensieri che non ho sentito avvicinarsi Giuseppe, che nel frattempo mi stava aspettando per andare al lavoro. Interrompo i miei sogni ad occhi aperti, e scendo dall'auto, do il buongiorno al mio collega e insieme, come consuetudine, ci apprestiamo ad andare alla stazione, il frecciarossa ci sta aspettando.

Arriviamo alla stazione centrale intorno alle 4, minuto più, minuto meno, e dopo aver sorseggiato il solito caffè nel solito bar, saliamo in treno per adempiere a tutti gli obblighi necessari alla messa in moto del treno, e all'inizio del turno. Svolgiamo questo compito con la solita grande attenzione, senza mancare di scambiarci qualche battuta; su quanto ci è successo nelle ultime ore, dal momento in cui ci siamo salutati, ormai un paio di giorni prima alla fine del turno precedente. Finiamo il nostro controllo preliminare alle 4.30, dopodiché apriamo le porte dei vagoni, le persone in attesa fuori potranno iniziare lentamente a salire e mettersi a sedere al loro posto. Alle 5 in punto il capotreno fischia e ci richiama al nostro dovere di macchinisti, chiudere i portelloni e mettere in marcia il treno, tutto secondo un copione che ormai conosco a memoria. Il convoglio s'incammina verso Sud in perfetto orario, quando la notte è ancora saldamente ancorata al suolo, in attesa che il sole, che nel frattempo sembra iniziare la sua ascesa, la dissolva dandoci modo di apprezzare la splendida giornata che le stelle annunciano con la loro luminescenza. Il viaggio parte senza nessun intoppo, Giuseppe inizia a raccontarmi di quanto abbia mangiato bene due sere prima in un ristorante del centro, per il quale, penso tra me, non potrebbe esserci miglior pubblicitario del mio collega, al punto che guardandolo non posso fare a meno di ridere, fino a che leggo nel suo sguardo una perplessità che merita la mia spiegazione: "Giuseppe sono le cinque del mattino, se non smetti di parlarmi di polpette, lasagne e tutto il resto mi fai sentire male; ancora non mi sono neanche svegliato del tutto e già mi sono fatto un menu completo, parliamo di altro per piacere, ho bevuto soltanto un caffè, non riesco a concentrarmi sulla ristorazione, parliamone più tardi". Giuseppe ha capito subito il mio disagio, ma del resto lui è così, un fiume in piena che tratta ciò che vuole con una partecipazione assoluta, sopraffatto dalla passione con cui si approccia a tutto ciò che lo riguarda. Nel frattempo, mentre Giuseppe sembra voler prendere il fiato, in cerca di un nuovo argomento da trattare, osservo la strumentazione di bordo: ci siamo lasciati alle spalle il centro di Milano ormai da una ventina di minuti, il treno è lanciato e il tachimetro segna 270 Km/h: un proiettile nello scuro della notte.


Una notte che a dispetto delle aspettative per Mario e Giuseppe, i due macchinisti non avrà termine. Il loro treno, per cause e responsabilità da accertare deraglierà soltanto qualche minuto dopo, alle 5:35 portandoli via dalle rispettive vite e dall'affetto dei suoi cari. Si dirà che non è possibile morire sul lavoro, che non è giusto che due onesti lavoratori non facciano rientro a casa "colpevoli" di essere andati a lavorare; ma per quanto questo sia vero, per quanto l'indignazione sia giustamente solleticata da questi accadimenti, niente e nessuno ci potrà impedire di morire, esseri vulnerabili di fronte alla complessità della vita. Forse verranno accertate delle responsabilità, magari nei confronti di un lavoratore che ha avuto una svista, inconsapevole di quanto una disattenzione ci possa mettere, ad ognuno di noi, di fronte ad una realtà che fatichiamo ad immaginare, che non crediamo ci possa riguardare quando certe notizie le apprendiamo dal telegiornale. Ma la vita di noi esseri insignificanti di fronte alla complessità dell'universo, può realmente cambiare in un battito di ciglia, consegnandoci nelle braccia della morte, piuttosto che di un processo che dilapiderà ogni singola nostra riserva di energia, oltre che, con ogni probabilità, tutti i risparmi accantonati in una vita di sacrifici. Il clamore della notizia, quello che si crea nell'immediato finirà in tempi brevi, coloro che porteranno per il resto della loro vita le cicatrici dell'accaduto sulla propria esistenza sono coloro che hanno vissuto a fianco della vittime, coloro che non smetteranno mai di piangerle chiedendosi perché proprio a loro il destino abbia riservato un fardello così pesante da portare sulle spalle. Ma per quanto la domanda sia legittima, la certezza è che la risposta sia semplice, fin troppo. Perché la vita, per quanto bella, meravigliosa, inalienabile, talvolta sa essere talmente stronza da togliere il fiato, e nonostante questa sia un ovvietà; è cosi illogica da togliere il sonno, lasciandoci nudi e indifesi di fronte al fato, capace di imporci una serie di eventi in grado di mutare le nostre vite e quelle di chi ci sta attorno e ci vuole bene. Addio Mario, addio Giuseppe, addio a tutti coloro che lavorando hanno messo fine alle loro vite, nella speranza che le loro storie non vengano mai dimenticate.