Mondo cane

Violenza che chiama violenza. Sdegno, irritazione e poche virtù. E' un mondo cane!

Sono passati dieci giorni da quando un incauto, violento, pazzo poliziotto americano ha messo fine alla vita di un uomo di colore disarmato, arrestato per motivi dei quali non si parla, passati in secondo piano rispetto al fuoco della notizia, inevitabilmente occupato dal gesto di inaudita violenza con il quale è stata interrotta la vita di un cittadino. Tutto è stato ripreso con un telefono, con la smania ed il colpevole protagonismo di chi vuole essere testimone delle gesta sconsiderate appartenenti al nostro tempo. Un tempo nel quale tutto è osservato, pesato e moltiplicato tanto da lasciare dietro di se, spesso, una scia di odio, incompetenza e ingiustizia che da sole riescono ad essere rivelatrici di quanto sia scadente la deriva che abbiamo preso, che ci indigna soltanto quando ci sono certi accadimenti che sono solo gli estremi; la punta di un icebreg che nonostante sia ben visibile ci sforziamo di rimuovere dal nostro orizzonte temporale. Perché la violenza del poliziotto non è altro che il gesto di un individuo inadeguato a svolgere un lavoro delicato come il suo, come sono inadeguati nel ricoprire certi incarichi molti di coloro che hanno ruoli determinanti per la nostra società. A questo proposito, come non parlare del presidente USA Trump, sempre intento a lanciare messaggi di odio e divisione che finiscono per essere recepiti e fatti propri anche da persone evidentemente instabili come il poliziotto killer, reo di non aver saputo contenere il proprio desiderio di rivalsa nei confronti dell'uomo che aveva arrestato, proprio come Trump ama fare nei confronti degli altri stati (la Cina su tutti), ai quali rivolge parole assurde e violente. In una parola inadeguate; sopratutto se si è a capo di quella che si vanta essere la più grande democrazia del mondo. Perché certe forme di violenza, non nascono dal nulla, anzi, vedono la luce e si nutrono dei messaggi sbagliati ai quali non prestiamo l'attenzione necessaria, che ci limitiamo a confinare ai margini dei dibattiti etichettandole come gaffe.


Ricordo due anni fa le parole del presidente della federazione calcistica italiana, che è la federazione sportiva più ricca ed importante, oltre che quella con più visibilità, rilasciare una dichiarazione in cui etichettava con un "mangiabanane" i giocatori di colore. Parole la cui violenza morale, etica e ideologica è sullo stesso piano di quanto accaduto a George Floyd, ma a cui la nostra ipocrisia attribuisce un diverso valore soltanto perché in un caso si sono avute conseguenze irrimediabilmente gravi e nell'altro no. Ma entrambi sono figli del solito comune denominatore: la stupidità e l'inadeguatezza a ricoprire ruoli che per la loro risonanza mediatica dovrebbero essere a vantaggio delle persone capaci, integre, moralmente ed eticamente all'altezza. Al contrario, la logica degli accordi tra postulanti, di cui si nutre la politica, è al servizio di persone i cui strafalcioni non sono mai abbastanza gravi da farli dimettere; perché sbagliare quando si poggiano le terga in certe sedie non può essere perdonato, perché certi discorsi devono essere un segnale che porta ad un cambio di rotta, perché commettere certi errori deve significare che te ne vai e lasci ad altri (più meritevoli) il tuoi stipendio, perché anche se ci si vuole convincere del contrario questo è proprio un mondo cane!