La paura che aumenta

Giorni difficili questi, giorni in cui calano i malati e aumenta in maniera inarrestabile la paura che provo guardando avanti, verso un mondo che temo perché non sarà più come lo ricordavo prima di una malattia violenta e inaspettata come il covid-19.

In questo periodo mi sento svuotato, privato di un minimo di ottimismo rivolto al futuro, al quale mi approccio con una tale diffidenza che anche riconoscermi risulta difficoltoso. Da alcuni giorni sono all'interno di un tunnel oscuro dal quale, nonostante i miei sforzi, non riesco a scorgere un minimo di luce. Ho iniziato questa quarantena con un piglio volitivo, fiducioso che al termine della pausa forzata avrei ripreso la mia vita più carico di quanto non lo fossi stato al momento dello stop. Ho cercato di fare di necessità virtù, provando a scambiare il periodo d'isolamento come una sorta di vacanza, al termine della quale, rigenerato e riposato, avrei ripreso proprio dal punto in cui mi ero interrotto. In questi giorni, sentendo parlare della fase due, che pur non avendo capito cosa sia, sembra prossima all'essere messa in atto, mi sono reso conto, guardandomi allo specchio, ragionando tra me e me, che nulla sarà come avevo previsto. Anche perché ad essere sincero, non avevo previsto un bel niente, ma mi ero convinto che dopo la sosta saremmo ripartiti: proprio come si fa con la macchina dopo aver fatto il pieno dal benzinaio. Ora, al contrario, ho capito in maniera inequivocabile come l'illusione di riprendere da dove eravamo rimasti non sia praticabile, e che lo sgretolarsi del mio ottimismo, sia dovuto alla certezza che nulla sarà mai come prima; non ora, forse nemmeno tra qualche anno. Non saranno uguali, semplicemente perché non ci saranno, tanto per fare un esempio, le serate trascorse nei luoghi di ritrovo alla moda sorseggiando un drink a parlare con gli amici. A ben vedere non ci saranno nemmeno più i bar, pronti ad accogliere una clientela che in questo periodo avrà mutato le proprie esigenze, rinunciando a frequentare luoghi affollati dai quali si vorrà mantenere a dovuta distanza. Non ci saranno più bar perché non saranno capaci di reggere alla nuova economia, che in nome della sicurezza dovrà imporgli di lavorare con un numero ridotto di clienti, facendo diminuire prontamente gli incassi a fronte del certo aumento delle spese. Leggo che, in svariate regioni, la riapertura degli esercizi pubblici dovrà essere successiva alla sanificazione dei locali, la quale immagino, sarà effettuata da ditte specializzate che non lavoreranno per il piacere di farlo, ma andranno a gonfiare il capitolo dedicato alle uscite. Aumenteranno le spese degli esercizi, che sempre da quanto leggo, dovranno garantire una serie di misure cautelative: guanti, gel, pannelli divisori etc. Il mondo al quale ci approcceremo non sarà più quello che abbiamo lasciato; e questo è il tarlo che si è insinuato finendo per sgretolare le mie certezze. L'energia che credevo di poter recuperare standomene a casa in questo periodo, si è trasformata in una paura tanto pesante quanto presente. Io che sono un piccolo negoziante, un commerciante desideroso di portare a casa una cifra che mi consenta di vivere dignitosamente, avrò la possibilità, quando decideranno che potrò riaprire, di continuare a ricavarmi da vivere con il mio lavoro? Seduto di fronte a questa tastiera scruto un orizzonte nel quale vedo ingressi contingentati, distanze di sicurezza da far rispettare neanche fossi un vigile, ed incassi che giocoforza diminuiranno. Perché la paura di chi lavora; di chi lo fa da sempre, non è certamente quella di attenersi alle regole, ma di rendersi conto che all'interno di questo nuovo modo di gestire le attività non ci siano più i margini per continuare a lavorare, per vedere la sottrazione tra costi e ricavi concludersi con il segno più accanto. Si parla di prestiti agevolati, d'indennità mensile, di altre misure economiche che forse verranno adottate, ma se il modo di vivere cambierà, nulla sarà più certo, e questa mia sensazione che mano mano ha assunto le sembianze di un monolite dal quale non riesco a sottrarre lo sguardo, finirà per privarmi definitivamente del sonno. Non credo ci siano delle responsabilità per questo, nessun responsabile contro cui puntare il dito, semplicemente, anziché impegnarsi nella caccia al colpevole, ci dovremmo adattare ad un mondo novo, diverso, regolato da logiche il cui sviluppo oggi può essere soltanto ipotizzato, ma che cambierà necessariamente le nostre abitudini: il mercato del lavoro, il modo di viaggiare e non ultimo il modo di interfacciarsi con i nostri simili. Sarà una nuova alba, vorrei che il sole non finisse per accecarmi: lo spero, ma oggi percepisco soltanto una grande, opprimente paura. Dio voglia che mi stia sbagliando.