La nuova economia

Si fa un gran parlare di argomenti la cui rilevanza dovrebbe essere sacrificata al cospetto di una serie di considerazioni necessarie per ridisegnare un piano economico nuovo, capace di soddisfare le neonate condizioni della nostra società.

Oggi la prima pagina del Corriere della Sera riporta una foto che fa da apripista ad un tema ampiamente discusso sin da ieri all'interno dei maggiori organi di stampa: il sovraffollamento dei navigli milanesi. Nel contesto storico in cui stiamo vivendo, questa è solo l'ultima di una serie di tematiche la cui rilevanza è ben poca cosa: la ripresa del campionato di calcio, la riapertura di estetisti e parrucchieri, la possibilità di rimettersi a correre o ad andare in bicicletta solo per citare le prime che mi vengono in mente. Tematiche che vengono messe al centro del dibattito, a partire da quello proposto all'interno dei maggiori centri di aggregazione attualmente frequentabili: i social network. Non risultano, o quantomeno non vengono riportate alla luce, discussioni intavolate allo scopo di trovare possibili soluzioni per far fronte alla necessaria ed inderogabile mutazione socio-economica nella quale ci stiamo addentrando. Credo che questo si debba imputare alla condizione per cui siamo portati a pensare che certi problemi non ci riguardino, al contrario che coinvolgano soltanto una parte di noi, la classe politica, che deve trovare le adeguate contromisure per metterci nelle condizioni di superare le difficoltà a cui andiamo in contro. In sintesi: la popolazione si accapiglia cercando di far valere le rispettive ragioni su argomentazioni il cui peso sociale è minimo, e tralascia di discutere di questioni la cui importanza ha un peso molto impattante sulle vite di ciascuno di noi, confidando che la soluzione a certi problemi la trovino coloro che di lavoro fanno -o dovrebbero fare- questo, come i politici, i quali però, non mancano di adeguarsi al contesto che li circonda, finendo anche loro per dibattersi in cerca di risposte ai temi discussi dalla massa popolare. Non è un caso che in un momento come questo, il ministro della salute rilasci dichiarazioni in cui menziona le condizioni necessarie alla ripresa del campionato calcistico, rinunciando a parlare con più frequenza di temi ben più importanti (le mascherine a 50 centesimi dove sono?), soprattutto in un momento come quello attuale.

I quesiti su cui dovremmo dibattere noi cittadini, i cui diritti non dimentichiamoci sono stampati sulla carta costituzionale, sono altri. Mi chiedo per esempio se non sia giunto il momento di cominciare a parlare di come uscire, dal punto di vista economico, dalla situazione di regresso in cui la pandemia ci ha trascinati. Perché facendo di questo il centro di un dibattito, anche in luoghi d'incontro tanto futili come i social, si porterebbero all'attenzione della classe politica i temi importanti, ai quali in questo caso, non potrebbero esimersi dal trovare una risposta. Parlare di quello che è importante per fare in modo che chi di dovere parli dello stesso; per lasciarsi definitivamente alle spalle la necessità di dibattersi su tematiche inutili la cui risoluzione non ci coinvolge attivamente. L'aspetto economico -inteso come organizzazione sociale ed economica delle attività produttive- della società in cui viviamo, ritengo sia un argomento la cui importanza lo rende prioritario ed indifferibile.

Negli ultimi anni, tanto per fare un esempio, nelle nostre città si sono moltiplicate alcune tipologie di attività che hanno fatto della ricettività il punto centrale del loro business: ristoranti, paninoteche, kebabberie, birrerie, bar e tanti altri esercizi che hanno trovato terreno fertile nell'accoglimento della domanda di una società bisognosa di svago, spensieratezza e condivisione. Oggi almeno una di queste tre domande non esiste più, perché nonostante alcuni di noi non riescano a farsene una ragione, la possibilità di condividere i nostri spazi deve necessariamente venire meno. Sarebbe fondamentale pertanto, mettere al centro della discussione pubblica questo punto, per cercare di trovare delle soluzioni che permettano di andare oltre, accogliendo le nuove esigenze a cui la società si dovrà adeguare. Perché proprio a causa di questo, molte delle attività commerciali esistenti non potranno avere un futuro, non se le regole di sicurezza ed igiene ci imporranno le distanze con cui stiamo imparando faticosamente a convivere. Nei prossimi anni, fin tanto che questa pandemia non volgerà ad una risoluzione definitiva si dovranno trovare delle contromisure che non potranno fare a meno di tener conto del quantitativo di attività commerciali che non riusciranno ad adeguarsi a questo scossone. Lo Stato nel frattempo, dovrà sviluppare la capacità di ricollocare i lavoratori finiti ai margini di un settore che non potrà più funzionare, nei confronti dei quali non sono sufficienti le misure economiche sino ad oggi adottate. E non lo sono per due semplici motivi: il primo perché ancora non stanno funzionando (non è possibile che ad oggi in molti debbano percepire la cassa integrazione del mese di marzo) il secondo perché sono misure straordinarie efficaci solo nell'immediato. Ma in questo momento occorre di più, occorre ridisegnare il nostro futuro, farlo oggi sarebbe un enorme vantaggio. Altrimenti saremo costretti a misurarci con quello che accadrà con certezza ma di cui nessuno parla: disoccupazione, povertà, indebitamento ed un debito pubblico che al cospetto del PIL raggiungerà soglie indicatrici di un malessere economico irreversibile se orfano delle giuste contromisure, che devono essere messe in piedi sin da oggi. Del resto una cosa soltanto è peggiore di una crisi economica: venirne fuori senza averne fatto tesoro, senza aver apportato delle modifiche sociali tese al miglioramento delle nostre esistenze.