L'ora del tè


Indicativamente, secondo l'abitudine degli inglesi, l'ora del tè si colloca a metà pomeriggio, intorno alle 17. In Italia, questa consuetudine non ha mai attecchito, nonostante in molte circostanze si è soliti dire, o scrivere, ora del tè riferendosi appunto alla fase mediana del pomeriggio.

L'ora del tè è diventata degli ultimi mesi l'ora in cui, con una certa frenesia si attendono i dati, giornalmente divulgati dal Ministero della Salute, che vanno a stabilire i nuovi contagiati dal Coronavirus indicando inoltre tutta un altra serie di dati necessari ad alimentare il dibattito tra i medici, e tra tutti coloro che dicendo la sua, alimentano inesorabilmente la distanza tra chi è negazionista -o comunque indifferente al virus- e coloro che al contrario propongono misure di contenimento drastiche. All'ora del tè, alla sua fervida attesa, non seguono mai, oltre ai commenti e al dibattito di cui sopra, comportamenti, da parte dei cittadini e delle autorità, adeguati a quanto viene appreso. L'attesa è semplicemente una necessità volta a soddisfare una forma di curiosità dalla quale non vogliamo essere disturbati, anche se ci fa apprendere l'aumento dei rischi a cui siamo sottoposti. Questa è la colpa che mi sento di addossare, oltre che ai cittadini, anche alle istituzioni, che nel giro di una manciata di mesi sono passate dal perseguire, con un enfasi a dir poco eccessiva, coloro che correvano solitari in spiaggia, a tollerare un insieme di comportamenti deplorevoli ed inaccettabili nei confronti dei quali non vengono prese le necessarie contromisure. Tali comportamenti non sono propri soltanto dei giovani, come potrebbe sembrare a seguito di un analisi approssimativa e frettolosa. Sono comportamenti che vengono avvallati anche dalle istituzioni le quali, forse per motivi economici, li tollerano, se non altro perché attuati da una serie infinita di categorie: bar, ristoranti, negozi, piscine ecc. ecc. Recentemente si parlava degli stabilimenti balneari come di luoghi che in questa estate avrebbero dovuto, per garantire la tutela della salute ai loro clienti, mutare la loro morfologia, diminuendo drasticamente il numero di ombrelloni in favore delle distanze necessarie alla salvaguardia della salute dei clienti. Allo stesso modo si dovevano adeguare le spiagge libere, che dovevano essere gestite -da chi non è dato sapere- per garantire accessi contingentanti e addirittura, in alcuni casi, ingressi previa apposita prenotazione. Sono stato al mare, in Toscana, e nonostante le premesse appena illustrate ho notato che rispetto all'anno scorso non è cambiato proprio nulla. Gli stabilimenti hanno ridotto il numero di ombrelloni forse del 10%, alla faccia dei 4 metri -poi diventati 3- tra un ombrellone e l'altro, mentre le spiagge libere sono ancora quello che sono sempre state: luoghi di aggregazione e sovraffollamento a cui accedere senza voler pagare le comodità, o presunte tali, degli stabilimenti. Nessuna regola per gli accessi, nessuna autorità capace di controllare o quantomeno di poter paventare un controllo, in due parole: nessuna limitazione; nonostante siano stati stanziati vari fondi, sopratutto dalle regioni, per il rispetto delle attuali prescrizioni nei tratti di costa liberi. Siamo passati dagli elicotteri che inseguivano i runners al nulla di fatto, in favore, forse, della tutela degli interessi economici dei gestori degli stabilimenti prima, e dei comuni poi, i quali ovviamente non possono fare a meno dell'economia generata dal turismo, meglio se di massa. Motivo per cui, per esempio, nel comune dove ho villeggiato non sono stati pubblicizzati i divieti di balneazione figli di alcune delibere del Sindaco, costretto a firmarle a causa dell'inquinamento dell'acqua. Per cui, nonostante il divieto, non c'era nemmeno un cartello a mettere in guardia i bagnanti, i cui diritti sono stati sacrificati al cospetto di altri interessi, con ogni probabilità di natura economica. Con quale logica poi, si impone la chiusura a determinati tipi di attività? Sono state chiuse le discoteche come se fossero gli unici luoghi capaci di far aggregare i nostri giovani, le spiagge, quelle su cui a notte fonda si riversano intenti a tirar l'alba non sono setacciate da nessun tipo di controllo.

Non lo sono di giorno, figurarsi di notte.

Questo è lo specchio del grande problema che dovremmo affrontare d'ora in avanti, quando non potremo fare a meno di renderci conto, definitivamente, che il nostro modo di vivere deve cambiare. Sembra che questo concetto, elementare quando trasparente, non lo si voglia apprendere, e si provi a tutti i costi a ricominciare da dove eravamo rimasti. Ma se questo comportamento irresponsabile lo si può tollerare, almeno in parte, quando ad attuarlo sono i cittadini, lo stesso non si può fare nei confronti delle istituzioni, che hanno il preciso compito di scovare e punire le incongruenze, le scorrettezze ed il crescente menefreghismo che si percepisce mettendo il naso fuori casa. Abbiamo bisogno di controllo, meglio se giusto e puntuale, l'autogestione ci porterà ad una disfatta. In questo caso dovremo essere bravi: se non altro a non lamentarci.

P.S. Se siete curiosi di sapere in che acque state nuotando potete verificalo a questo link, messo a disposizione dal Ministero della Salute, che si guarda bene dal prendere le necessarie contromisure nei confronti degli stabilimenti che, pur presenti nei luoghi in cui vige il divieto di balneazione, fingono che tutto sia normale. Anche se sembra impossibile, è così che funziona.