Il lato positivo

Sembra quasi assurdo anche solo doverlo ammettere, ma inizio a temere che qualcosa di questo periodo d'isolamento mi mancherà: il lato positivo, che nonostante tutto riconosco esserci stato.

Per introdurre questo articolo ho usato un immagine magnifica: il verde di una montagna che personalmente mi concilia con il concetto di bello che porto nel cuore. Senza essere blasfemo, o meglio ancora offensivo, soprattutto nei confronti di chi a causa del covid-19 ha contato la perdita di alcuni affetti o anche di uno soltanto, voglio parlare di alcuni aspetti, che nonostante un iniziale diffidenza si stanno rivelando come positivi e mi lasciano interdetto di fronte all'ormai concreta possibilità che la vita riprenda il suo corso. Come ho già scritto in precedenza, sono convinto che la nostra vita non tornerà ad essere come era prima della pandemia; ci sarà un prima e un dopo, ci saranno dei cambiamenti, più o meno marcati, ma saranno comunque in grado di farci conoscere un nuovo modo di vivere, che non avremmo mai creduto possibile.

Ho iniziato il periodo del lockdown pieno di ansia e perplessità, dovute quasi ed esclusivamente al temuto e negativo risvolto economico che poi puntualmente si è verificato, violento e nefasto proprio come avevo predetto, lasciando nella mia casella delle entrate soltanto l'esiguo bonifico che l'INPS mi ha elargito con colpevole ritardo. Nonostante questo, nonostante il timore di non avere sufficienti risorse per far fronte alle spese a cui sono costretto dalla complessità della mia vita e del mio lavoro, man mano che trascorrevano i giorni, ho imparato a godere del tempo del quale potevo improvvisamente disporre. Non pensavo di esserne capace, ma ho imparato a gestirlo, a non farmi assillare dalle crescenti preoccupazioni consapevole che ne avevo tanto da potermi concedere il lusso della calma e della consapevolezza. Durante la mia vita mi sono sempre barcamenato per far fronte alle esigenze che pretendevo di dover soddisfare, ma non mi sono mai soffermato abbastanza da guardare la direzione nella quale mi stavo dirigendo. Credo che questo modo di vivere sia frequente oggi, imposto dall'attuale società, che ci costringe a ritmi tanto alti, ai quali nonostante giuste ma effimere perplessità, mi sono abituato per soddisfare la voglia di non rimanere indietro. Oggi, in un periodo relativamente breve ho la certezza di essere stato un corridore concentrato soltanto sulla fase finale della corsa, dimenticando di badare con la dovuta consapevolezza, a quanto succedeva intorno al mio percorso, quello nel quale stavo correndo attratto soltanto dal traguardo. Sono stato un mulo che rincorre una carota appesa ad un bastone di fronte al suo naso.

Oggi capisco che si può, e non mi preoccupo di dire si deve, cercare di fare della propria esistenza un qualche cosa di diverso. Ho imparato, tanto per fare un esempio a conoscere i miei figli, con i quali durante la mia vita "precedente" parlavo soltanto per pochi minuti al giorno, e mi sono reso conto, parlandoci, osservandoli, cucinando per loro, che hanno abbracciato l'adolescenza; che le loro vite sono salite su uno scalino che io non avevo nemmeno avvistato. Anche loro stanno imparando a resistere e a convivere con le prime difficoltà delle loro ancora esili vite. Io non me ne ero accorto, tanto ero occupato a sconfiggere i miei problemi che ho finito per ignorare i loro. Li credevo bambini, li ho compresi adolescenti.

Ho apprezzato la possibilità di poter leggere il giornale senza condividerlo con il quadrante del mio orologio; al quale rivolgevo continuamente la mia attenzione per non sconfinare in un colpevole ritardo che non potevo permettermi. Ho apprezzato il piacere di non dovermi confrontare continuamente con scadenze assillanti. E' vero, mi sono dovuto anche confrontare con delle ristrettezze economiche inusuali e alle quali non sono rimasto indifferente. Ma nonostante questo, nonostante la paura della precarietà che associo ad un futuro che non riesco più a decifrare, mi sento vivo come non succedeva dalla mia adolescenza. Dovrei chiedermi più spesso se vale la pena vivere come ho fatto sino ad oggi, se vale la pena correre con il paraocchi, all'inseguimento di una chimera che forse mi è soltanto stata imposta dalla società nella quale sono cresciuto, e nella quale ero convinto di dovermi affermare per sentirmi vivo. Contrariamente, potrebbe valere la pena godere delle piccole cose, degli affetti, del tempo per come lo percepisco senza doverlo continuamente rincorrere. Forse tutto questo vale molto di più di un conto in banca solido, di un immagine creata a discapito dell'aridità alla quale ci siamo costretti, alberi fintamente verdi cresciuti in un deserto di valori reali, nutriti unicamente dall'immagine che ci siamo costruiti a discapito del senso della vita: credo che ai più, alla maggioranza dei miei coetanei, scontrosi quarantenni, questo sia parzialmente ed irrimediabilmente scivolato via.