Furore

Un libro che fotografa in maniera impeccabile gli anni trenta americani, travolti da una crisi che mette i protagonisti nelle condizioni di cercare altrove un futuro che non possono costruire nel luogo in cui hanno messo le proprie radici.

Chi ha avuto occasione di leggere il libro Furore, scritto da John Steinbeck nel 1938 si è trovato tra le mani una foto della società americana, scattata durante una crisi economica devastante, per cui le vacue certezze dei cittadini, venivano riempite con la speranza di costruirsi un futuro migliore, che i protagonisti coltivavano ed alimentavano prendendo parte ad una migrazione, da est ad ovest, confidenti di trovare nella soleggiata California quanto promesso da un semplice volantino pubblicitario. La storia del libro, scritto in maniera impeccabile da Steinbeck però, può essere anche interpretata come una metafora della vita, decontestualizzata dal momento storico che lo scrittore narra tanto sapientemente, e ricollocata anche in altri contesti storici, senza che questo faccia perdere l'essenza di una narrazione che può essere anche altro, oltre che una meravigliosa fotografia.


Il Racconto può ergersi a metafora della vita, dell'esistenza dell'uomo, portato a cercare da sempre lontano ciò che non trova in prossimità di se stesso. Un atteggiamento, questo, che può significare anche dover credere alle promesse che ci vengono fatte, grazie alle quali ci illudiamo di poter cambiare il nostro futuro, che quindi, non dipende più solo dalle nostre gesta, ma dal mantenimento di una parola che ci è stata data e che noi abbiamo ritenuto meritevole della nostra fiducia. Ma cosa c'è di peggio oltre al tradimento della fiducia? Dico questo perché assisto, dopo un tempo nel quale mi ero disintossicato, ai dibattiti televisivi durante i quali i dirigenti politici si fronteggiano rinfacciandosi vicendevolmente le proprie mancanze, senza sottrarsi alla tentazione di far capire ai telespettatori che la giusta medicina è quella che stanno provando a vendergli. Dibattiti nei quali ognuno cerca di ergersi a salvatore: un portatore di soluzioni al quale votarsi per consentirgli di mettere in atto la sua politica salvifica ed efficiente come nessun altra. Sono decenni che assistiamo a questo gioco, che nel frattempo si è trasformato in una sorta di circo nel quale oltre a mettere in atto il proprio spettacolo, si pretende un riconoscimento che viene ricercato portando sempre più in alto l'asticella delle promesse. E proprio come i protagonisti del libro gli spettatori si abbandonano alla promessa, finiscono per dare un senso alla propria frustrazione confidando nelle soluzioni che gli vengono promesse. Credono di potersi fidare, si confrontano proponendo altri dibattiti nei luoghi che frequentano allo scopo di far valere le proprie opinioni, per cui uno è meglio dell'altro: Silvio è meglio di Romano, Matteo di Matteo, Giuseppe di Giorgia. Ci accapigliamo per dare un senso alla fiducia con cui ci siamo abbandonati nelle mani di coloro che ci hanno riempito di promesse.


Nel libro dello scrittore americano alla fine i protagonisti, una volta giunti in California si rendono conto che tutto quello che credevano possibile non lo è. Speravano nel loro riscatto ma trovano soltanto la stessa miseria dalla quale scappavano. Un viaggio che non cambia lo stato di precarietà nel quale si sono ritrovati a causa della crisi economica e di una serie di circostanze per le quali non hanno nessuna responsabilità. Ma lo stesso accade anche a noi. Da anni ci abbandoniamo alle promesse dei politici, li votiamo, li mettiamo nelle condizioni di cambiare il nostro destino, e finisce sempre che non cambia nulla, che chi ha promesso non mantiene, che chi perde si ricicla e reinventa promettendo di aver capito la lezione. E noi piccoli, umili, deboli, continuiamo a credere in promesse che sappiamo saranno disattese, incapaci di accettare la verità: nonostante le nostre scelte non cambierà nulla. Non ora, non con queste modalità che si ripetono da anni dando vita ad un loop continuo ed interminabile per cui non possiamo che scegliere tra l'essere vittime o, eventualmente, prendere parte al gioco. Funziona da anni così, continuiamo a spostare la nostra fiducia da uno all'altro, invece che spostarci fisicamente (come la famiglia Joad del libro) spostiamo la fiducia, convincendoci che prima o poi qualcuno la ripagherà. Non sarà così. Lo dimostra la storia recente della nostra Repubblica. E anche se ci vogliamo convincere del contrario questa è la realtà. Ci dobbiamo rendere conto di questo e non possiamo tergiversare. Siamo giunti nella nostra California, dobbiamo capire che siamo afflitti sempre dai soliti problemi: servirà intraprendere un altro "viaggio" in cerca di un eldorado che non esiste o è forse giunta l'ora di pretendere -anche promuovendo proteste composte e civili- qualcosa di più concreto? FURORE!