Decreto Legge

È lo strumento adottato dal Governo per attuare una serie di misure, aventi forza di legge, la cui efficacia è tutt'altro che chiara, sopratutto alla popolazione, che dai decreti si aspetta risoluzioni che tardano ad arrivare.

Sono 13 i Decreti Legge varati dal Governo negli ultimi mesi. Poco male, se servissero a risolvere i problemi per i quali tale strumento normativo è stato inserito nella Costituzione (Art. 77). Ma al contrario, i problemi risolti da questo strumento, che risponde ad esigenze straordinarie ed urgenti, non sono sempre immediati come è lecito aspettarsi da un istituto giuridico creato proprio per velocizzare l'altrimenti macchinoso iter legislativo. I 13 Decreti varati dal Governo richiedono, perché possano essere funzionali e funzionanti, ben 165 misure attuative, che a loro volta, devono essere adottate da enti di varia natura, che al contrario delle aspettative dei cittadini, spesso, finiscono con l'impantanarsi nelle sabbie "im-mobili" della burocrazia. Si pensi soltanto che delle 165 misure attuative che devono essere varate ad oggi ne sono state promulgate soltanto 31. All'incirca il 20%, effettivamente una misura degna di un paese che non può dirsi funzionale e funzionante. Il solo Decreto liquidità, tanto sbandierato e discusso dalla classe politica attuale richiede, perché possa essere utilizzato nella sua -colpevole- complessità, 12 provvedimenti alla firma dei quali ancora non si è arrivati, nemmeno per uno di loro. In pratica si decide di far decidere ad altri, grazie ad un meccanismo pieno zeppo di postille appositamente studiate per dare vita al continuo scarica barile. Il Governo dice che si deve attuare la cassa integrazione? La responsabilità di stabilire le regole perché funzioni vengono scaricate su altri organi (Inps e Regioni) i quali prendono malvolentieri in carico il peso di dover regolamentare un aspetto; dargli un senso ed un attuazione che sia la traduzione ideale alle norme scritte in burocratese. Ciò che si percepisce, quella che ci rimane, indelebile, è la volontà di rimandare per non avere colpa. Rinunciare a scegliere per paura di sbagliare la scelta. Chi lavora nel privato è continuamente sottoposto a delle responsabilità, componenti del lavoro che ciascuno prende in carico e che sono, a ben vedere, motivo di valutazione da parte dei propri superiori. Chi lavora nel pubblico fa esattamente l'opposto. Raccoglie la patata bollente e s'impegna a scaricarla il prima possibile su altri, che a sua volta fanno lo stesso. La perfetta raffigurazione di questo iter è la nostra macchina amministrativa, figlia di una democrazia che per renderla più trasparente, l'ha resa inefficiente, pesante, costosa ed inconcludente. L'emblema del non fare per non sbagliare. Per mettere fine alla pratica del favoritismo, si è ingessata tutta la macchina necessaria alla messa in atto di un provvedimento. Controllare tutti, in contesti come quello pubblico in cui il lavoro è un diritto acquisito contro il quale non si può agire, ha fatto si che tutti i controllati hanno smesso di prendere decisioni per paura di sbagliare, consapevoli che non esiste una contromossa alle loro gesta. Ignavi; non per vocazione, ma per opportunismo, figlio del vuoto culturale che contorna le nostre esistenze nel quale, chi lavora nelle pubbliche amministrazioni o nelle aziende partecipate, si culla comodamente adagiato sulla consapevolezza che il niente non porta a niente. Al contrario, chi non gode di questi privilegi, chi per mandare avanti le proprie mansioni o le proprie attività è costretto a dover decidere continuamente, si accontenta di ascoltare i pubblici dibattiti nei quali si finge di discutere di una realtà che è soltanto la proiezione di una serie di Decreti che se non avranno seguito finiranno per diventare aria fritta dopo 60 giorni: 59, 58, 57... Ci siamo; e intanto non è cambiato niente!