Crisi


Leggendo autorevoli giornalisti dare la propria opinione sull'attuale crisi di governo mi rendo conto che la visione prevalente è contestualizzata nel presente. Mi spiego. La crisi è vista e raccontata ai lettori come figlia di alcune scelte sconsiderate, ultima delle quali il ritiro dei due Ministri da parte di Italia Viva, e per questo è contestualizzata in questo preciso momento storico. Nessuna, tra le tante pregiate firme che ho avuto il piacere di leggere, dà alla crisi di questi giorni un valore più ampio. Nessuno la considera come conseguenza della logica governativa che dalla nascita ha imprigionato il nostro paese dietro le sbarre dell'accondiscendenza. Quella di oggi non è una crisi di governo; è piuttosto la certificazione del fallimento del sistema italiano. La crisi del sistema.


Siamo in attesa che venga formato il sessantasettesimo Governo in settantacinque anni di storia. Mediamente un governo in Italia dura poco più di un anno. Il paese attualmente vanta un debito quasi doppio rispetto al PIL, ed è un paese nel quale le istituzioni sono inefficaci, dove la burocrazia ha ingessato sino a renderle immobili le realtà presenti sul territorio; come i Comuni, organi che prima di rendere attuativa una delibera devono rincorrere firme di funzionari che per non incappare nel rischio di errori non si assumono alcuna responsabilità. Ci servivano regole per riprendere le scuole; non siamo stati capaci. Ci servivano soldi per ristorare gli imprenditori orfani delle proprie attività; ancora non si è capito quando come e quanti verranno riconosciuti. Le leggi, celebrate come risoluzioni dei problemi, sono soltanto il rimando ai successivi decreti, rivoli infiniti nei quali si disperdono la logica ed il movente legislativi.

Non funziona più niente. Per averne conferma basta girovagare nelle nostre città: sporche, inospitali, spesso violente e violentate da cittadini ignoranti e assai poco istruiti.

La politica, che da anni ci deve soluzioni non fa altro che creare problemi. Non ultimo, una crisi messa in atto da una parte politica inesistente alle ultime elezioni ed oggi, come se questo non bastasse, additata di un seguito nell'ordine del due per cento.

Questa la politica.


E i cittadini? Il popolo?

Si lamenta, consapevole di poter contare su un economia gonfiata dal debito (pubblico e privato) e dai risparmi accantonati in molti casi dalle generazioni che hanno vissuto la guerra; superandola e ripartendo, poggiando le basi della ricostruzione sul proprio coraggio. Generazione oggi particolarmente punita dal virus che sta mietendo molte delle sue vittime proprio in quel bacino della popolazione. Tante. Troppe. Siamo a quasi 100.000 in meno di un anno.

I nostri vecchi, coloro che ancora oggi si trovano in prima linea sono quelli che hanno creato ricchezza, che dispongono dei risparmi che, a molti giovani uomini, permettono di andare avanti sopravvivendo all'incertezza imposta dall'attualità.

Per quanto saremo capaci di sopportare questo sistema. Per quanto ancora saremo capaci di aspettare che chi decide faccia in modo che le cose cambino. Quanti altri governi? Quante altre liti e quanti accordi presi e disattesi nel giro di un anno o due. Siamo passati attraverso il terrorismo, alle tangenti, all'imprenditoria che ha abbracciato la politica, al popolo che in nome del cambiamento si è issato nei palazzi per cambiare il sistema diventandone parte.


Non è cambiato niente.


I problemi di ieri sono gli stessi di oggi. Ci affezioniamo al presente rifiutandoci di considerarlo conseguente al passato dal quale non riusciamo a separarci. Siamo quello che siamo; e ci dimentichiamo il perché. A tal proposito cito testualmente le parole di Draghi quando, alcuni anni fa, si trovava a dover fare un bilancio dei suoi cinque anni in Banca d'Italia:

«Tante volte abbiamo indicato obbiettivi, linee di azione, aree di intervento. Quando si guarda a quanto poco di tutto ciò si sia tradotto in realtà, viene in mente l'inutilità delle prediche di un mio ben più illustre predecessore».

Sembra che si riferisse ad Einaudi. Lui non guidò mai un governo.

Speriamo bene.


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