Coronavirus e lavoro

L'improvviso bisogno di lavorare, l'impossibilità di farlo e la mancanza della nostra quotidianità, un insieme di emozioni alle quali si fatica ad abituarsi. Questi siamo noi all'epoca della pandemia più impattante di questo secolo.

Mi sveglio, guardo l'ora sull'orologio sopra il comodino e decido, girandomi dall'altra parte, che vale la pena di provare a dormire ancora un pò, anche perché ho la consapevolezza di quanto sia difficile passare il tempo ora che non posso uscire di casa e non posso dare vita alla mia routine quotidiana, quella che fino a qualche giorno fa era l'origine delle mie lamentele. "Una vita sempre uguale" mi ripetevo, lottando con l'idea di abbandonarmi ad una consuetudine alla quale non mi volevo rassegnare. Oggi quella routine è stata interrotta, spazzata via da un virus che visto in una foto ingrandita sembra essere anche simpatico, un virus che, appunto, mi ha messo nelle condizioni di cambiare tutte le mie abitudini, facendo in modo che tutto quello che sembrava essere scolpito nella mia vita venisse alterato da un giorno all'altro. Dal Sabato alla Domenica sono stato costretto a chiudere la mia attività, internato in un vuoto aggravato nel giro di altri due giorni anche della possibilità di uscire, di andare al bar a fare un aperitivo, a prendere un caffè o ha mangiare una brioche, come ero solito fare fino a dieci giorni fa. Dopo una manciata di minuti, nei quali il sonno si rifiuta di darmi un altra possibilità decido di alzarmi, apprestarmi al compimento di tutta quella serie di operazioni che sono solito compiere come preludio alla mia uscita di casa, ma che ora sono soltanto preliminari all'accensione della tv, alla quale mi approccio infastidito dal continuo ripetere che "non si deve uscire di casa", neanche ci fossero posti dove recarsi, oggi che anche i parchi pubblici, apprendo dal notiziario, sono stati chiusi in ogni cittadina. Il numero dei contagiati, nonostante alcuni organi d'informazione dicano il contrario, sono in continua crescita, come quello dei deceduti; due categorie che guardando la tv sembrano essere soltanto una sequenza di numeri, privati della loro dignità di uomini e donne, del loro essere "affetti" per i loro cari, ai quali spesso, sopratutto nelle province più colpite, non viene concessa nemmeno la possibilità di assistere al loro prematuro funerale, anche perché in questo periodo di emergenza i funerali non vengono celebrati, al contrario, si procede direttamente alla tumulazione, gravati dall'ansia che questo contagio virale ha inciso nelle nostre abitudini, nelle nostre tradizioni, modificate in tempi record prima ancora che ce ne potessimo rendere conto. Io non mi sento in pericolo, non dal punto di vista sanitario, quello incessantemente discusso nelle trasmissioni delle tv, tanto ridondanti quanto inutili, a furia di ripetere continuamente la gravità dello stato di emergenza in cui stiamo navigando, speranzosi di un inversione della tendenza dei contagi che sappiamo non essere possibile in tempi brevi: dobbiamo aspettare, pazientare, pregare. Quello che mi preoccupa, che non smette di solleticare la mia ansia, improvvisamente riapparsa come capisco dal sudore freddo delle mani, dalla mancanza di sonno, dal nervoso perenne con il quale mi trovo a combattere, è la paura di non avere possibilità di andare avanti. Ho appreso che alle partite iva come il sottoscritto, titolare di una piccola attività costretta alla chiusura, verrà corrisposta la cifra una tantum di 600 €, e ho il presentimento che tutto, nella mia vita, dovrà cambiare: inesorabilmente. Penso a i soldi che non avrò per pagare il prossimo affitto, le spese dei miei figli, ai quali spero di riuscire a non far mancare nulla, agli stipendi dei miei dipendenti, ai quali sarò in grado di far fronte grazie alla cassa integrazione, alla mancanza del mio guadagno, del quale non potrò disporre per chissà quanto tempo ancora, a dispetto delle spese dei vari leasing, ai quali mi sono rivolto per investire sulla mia attività, le cui rate dovrò pagare con incassi che non avrò. Mentre in molti ritengono il pericolo massimo quello derivante dalla malattia, io avverto, a maggior ragione dal mio punto di vista, il pericolo derivante dal risvolto economico della malattia stessa. La malattia colpisce duro, mi fa paura, ma standomene in casa sono speranzoso di poter evitare il contagio, ma tutto quello che riguarda l'economia che da questa malattia finirà per mettermi sul lastrico non so come difendermi, e ho paura, una letale paura di non poter essere nelle condizioni di andare avanti. E mentre per la faccia sanitaria di questa medaglia chiamata "corona virus" sento la partecipazione di tutti, per la faccia economica della stessa, non percepisco la preoccupazione, forse verrà dopo, dopo che il contagio sarà stato isolato, dopo che la malattia sarà stata limitata. Di sicuro in attesa che tutto sia più chiaro, che le paure si dissolvano me ne sto in casa, ma per favore non chiedetemi di affacciarmi dal balcone a cantare chissà quale canzone, come sembrano voler fare in molti cittadini, il mio umore non consente certi slanci di fiducia e di allegria, ma forse è solo una questione temporanea: "andrà tutto bene" si ripete con insistenza da giorni; io purtroppo, non ci credo per niente.