Che ne sarà di noi?

Oltre alle tante rinunce a cui ci ha sottoposti il corona virus vi è anche il ritorno all'uguaglianza smarrita inseguendo le grandi differenze imposte dalla nostra società. Ricchi e poveri, famosi e non famosi, bianchi e neri, ognuno in balia di eventi nei confronti dei quali siamo inermi e che impongono alle nostre coscienze una domanda che rimanda ad un film di qualche anno fa: che ne sarà di noi?

Chissà, forse un giorno ci ricorderemo di questo periodo come di quello che ci ha consentito di condividere con ogni nostro simile le stesse paure, le stessa incapacità di essere efficienti nei confronti di una malattia di fronte alla quale siamo tutti uguali: vulnerabili, indifesi, costretti nelle proprie abitazioni a dispetto delle abitudini e dei privilegi a cui più o meno tutti eravamo abituati. In questi giorni in cui siamo costretti a condividere l'incapacità di prendere per le corna una malattia che sta lasciandosi alle spalle un numero crescente di morti, in cui ognuno è costretto nelle proprie case a trascorrere il proprio tempo, mi chiedo cosa ci sarà dopo. Come usciremo da questo periodo, con quali prospettive ci dobbiamo rivolgere al futuro. Sento che in molti, politici e medici, ostentano la propria sicurezza; dicono che tutto tornerà ad essere come prima, dimenticandosi che soltanto alcuni giorni fa ci rassicuravano sull'eventualità che l'Italia potesse essere stravolta da un virus che, secondo loro, non rappresentava una seria e concreta minaccia. Sento parlare, snocciolare un infinità di numeri di fronte ai quali ognuno s'impegna a dare la propria interpretazione; a partire dai virologi, capaci di opinioni tanto divergenti da non sembrare figlie dello stesso ramo della medicina, a cui evidentemente ci si approccia forti di una serie consistente e necessaria di studi, a conclusione dei quali la discriminante è costituita dall'interpretazione che ciascuno elabora all'interno di un contesto che prevede, evidentemente, molteplici soluzioni. Non esistono certezze, nemmeno quando si discute su quali siano le contromisure necessarie per controbattere una malattia virale, al cospetto della quale la scienza è divisa come un qualsiasi parlamentare di fronte alla bontà di una legge la cui approvazione non dipende dalla sua efficacia, ma da una logica differente, quella del tornaconto personale e del partito del quale si è portacolori. In tutto questo caos, in tutto questo continuo e perenne litigio, tra coloro che va bene così, e quelli che si sta sbagliando tutto, tra quelli che ci spiegano l'efficacia delle misure adottate e quelli che bisogna fare in tutt'altro modo, quelli che io l'avevo detto, mi chiedo molto più semplicemente ed intimamente: che ne sarà di noi? Quando realmente finirà tutto questo trambusto? Quando riprenderemo ognuno il proprio lavoro e sopratutto, avremo questa opportunità? Quando ci sentiremo nuovamente liberi di abbracciarci e salutarci baciandosi le guance?

Sorrido quando sento coloro che ci rassicurano: politici che non possono avere nessuna certezza, ma che continuano comunque a ribadire che finirà questo periodo di paura, una sorta di piccola parentesi che presto lasceremo alle nostre spalle, riprendendo le nostre vite da dove erano rimaste come se questo fosse possibile soltanto con i buoni propositi. Io al contrario ho paura, una terribile paura che anche loro non sappiano come e quando tutto finirà; che non sappiano se mai saremo in grado di tornare alla nostalgica e lamentosa quotidianità di alcuni giorni fa. Ci vogliono convincere delle loro certezze basate sul nulla; nulla che non possa essere smentito da chi legge gli stessi dati con uguali competenze ma con interessi diversi. Mi sentirei più forte se anche coloro che ci vogliono rassicurare; per una volta, soltanto una, condividessero una parte della paura che sono convinto essersi insinuata nei loro cuori, stravolti dal dolore e dall'andamento di questa vita, che in un batter d'occhio ci ha resi vulnerabili nei confronti di tutto quello che davamo per scontato, sicuro, certo. Potrebbe essere anche il modo, quello di smettere di fare certe dichiarazioni, spesso disattese dagli eventi, perché la politica manifestasse con più umiltà, con un pizzico di umanità, la ricerca della credibilità smarrita negli ultimi anni. Basterebbe dire che non si hanno certezze, stringerci in un abbraccio virtuale e farsi forza a vicenda, sarebbe il miglior modo per provare a ripartire quando ne avremo l'occasione; altrimenti continuo a chiedermi: che ne sarà di noi?