Calcetto

Sembrava fosse oggi la data per la ripresa degli sport di contatto, ma non sarà cosi, per colpa di un protocollo tanto laborioso quanto insensato, di fronte al quale si sono assunti responsabilità diverse soltanto alcuni presidenti regionali, firmatari di delibere che consentono la ripresa di alcune attività di gruppo altrimenti ritenute a rischio.

Ho scritto qui della pessima abitudine che è propria di coloro che devono decidere. Noi, cittadini in attesa di risposte non possiamo far altro che aspettare che certe scelte vengano prese, adeguandosi alle conseguenze che il decisionismo (qualora esistesse) dovrebbe portare nella vita di tutti giorni; nella nostra quotidianità. In molti aspettavano la data odierna per poter tornare a giocare a calcetto con gli amici, giusto per avvicinare con un ulteriore step la nostra vita di oggi alle abitudini che avevamo soltanto qualche mese addietro. Due giorni fa il Ministro dello sport Spadafora ci aveva rassicurato (ovviamente con un messaggio divulgato tramite facebook) confermando il suo assenso alla ripresa degli sport definiti di contatto, categoria nella quale oltre al calcetto si collocano anche il Basket e le arti marziali, tanto per citarne alcuni. Peccato che il parere del Ministro in questo caso non abbia nessun valore, stando a quanto raccontano le cronache di oggi. Sembra infatti che il parere decisivo spetti ad un altro Ministro: quello della salute, che è Speranza. Ma oltre a lui fanno parte della disputa anche i presidenti delle regioni e il CTS, Comitato Tecnico Scientifico, il quale ha ovviamente negato il consenso alla ripresa, motivando la presa di posizione asserendo che le società dilettantistiche non sono in grado di rispettare il protocollo che lo stesso CTS ha reso vincolante per la ripresa. Quindi? Quindi si è passati ai presidenti delle Regioni, i quali hanno deliberato in autonomia decidendo, per esempio in Puglia, per la ripartenza delle attività oggetto della discussione. Una confusione tale che contrasta apertamente con la ludica puerilità con la quale i quarantenni, come il sottoscritto, si approcciano alla partitella con gli amici, dalla quale non si aspettano altro che un ora di spensieratezza, dopo un periodo nel quale i pensieri negativi si sono accavallati uno sopra l'altro ad un ritmo decisamente troppo alto per le coronarie di ciascuno di noi. E pensare che io mi ero anche allenato per rientrare nelle migliori condizioni fisiche, volenteroso di mostrare agli amici che la mia carriera di pseudo calciatore è tutt'altro che agli sgoccioli. Il problema comunque non sono io, ma il contrasto che il divieto assume agli occhi di chi, soltanto una settimana fa, osservava centinaia di tifosi festanti celebrare la vittoria conseguita dal Napoli nella coppa Italia di calcio: fregandosene del distanziamento sociale, come avevano fatto prima di loro migliaia di giovani assembrati praticamente in ogni piazza d'Italia per omaggiare l'ora dell'aperitivo. E allora perché sottostare a tutto questo dislivello valutativo, a valle del quale alcune cose sono gravi e altre no. Finirà che un giorno saremo stanchi, annoiati, indolenti nei confronti dei divieti che non capiamo più, e cominceremo a fare come ci pare: come nel frattempo stanno facendo categorie di esercenti che di fronte alle limitazioni che soltanto qualche mese fa venivano paventate stanno facendo di testa loro, di fatto lavorando come era loro abitudine prima dell'emergenza sanitaria che nel frattempo, sembra aver momentaneamente allentato la presa.

Nel frattempo, sono ricominciate le partite calcistiche dei professionisti. Questo perché sono tesserati da società capaci di garantire il protocollo sanitario che il CTS, affollato di menti tanto fini, vorrebbe imporre anche agli amatori del dopo lavoro. Un protocollo per cui evidentemente si allontano i pericoli di contagio entrando in campo distanziati, una squadra alla volta, per poi finire abbracciati e festanti dopo aver segnato una rete, un protocollo che, se consente questa disparità e questo illogico modus operandi, non può che essere un vincolo discutibile, stupido, e al quale ci si sottrae andando a giocare in luoghi non sorvegliati, cercando di cancellare il senso d'ingiustizia che percepiscono coloro i quali si vedono sbandierato in fronte il cartellino rosso del divieto. In compenso, se a calcetto non ci fanno giocare, siamo comunque autorizzati ad andare a mangiarci una pizza assieme, o a frequentare la palestra con gli amici, consapevoli che siccome il virus è pigro, in palestra non ci va. Un ragionamento tanto cervellotico che non trova nessuna motivazione in ordine alla sua esistenza. Come non la trova il continuo silenzio che accompagna la mancanza di scelte a cui la politica sottopone gli elettori anche in altri ambiti. Siamo ancora in cerca di un modello da promuovere per il rientro nelle scuole mentre in buona parte dell'Europa le scuole sono nuovamente operative. Aspettiamo; ci saranno discussioni, rinvii ed un cammino che forse, se saremo fortunati, ci porterà a delle regole che sembrano (in base alle anticipazioni) tanto assurde come quelle adottate per la ripresa degli sport e che vogliono far ricadere sui presidi troppe responsabilità. Speriamo bene; nel frattempo, potremmo godere dei benefici che ci aspettavamo dopo gli stati generali: che a quasi una settimana dalla loro conclusione non hanno portato ad una -e dico una- risoluzione definitiva: si naviga in alto mare, cullati -i politici- dal piacevole mare fatto di lusso e pomposità al quale si sono abbandonati per una settimana dentro villa Panphilj. Se ne sono usciti con l'idea di diminuire le tasse, come se ci volessero gli stati generali per stabilire un ovvietà per cui chi lavora, lo fa riconoscendo al socio oscuro (lo stato) una percentuale dei guadagni superiore al 50%. E non ci fanno giocare a calcetto! Che palle!