Apertura con litigio

Mentre nei dintorni di Seul viene proclamato un nuovo lockdown, dalle nostre parti si litiga sulla riapertura dei confini regionali, consapevoli che quelli statali saranno riaperti (senza nessuna prescrizione) il 3 Giugno.

79 nuovi contagi sono bastati alla capitale coreana Seul per proclamare un nuovo lockdown, mentre alle nostre latitudini, si litiga per stabilire quando riaprire i confini regionali, dando poco peso, evidentemente, ai nuovi contagiati degli ultimi giorni che nella sola Lombardia non sono mai scesi sotto i 100. Anzi, a dire il vero soltanto nella giornata di ieri i nuovi malati identificati sono stati 593, 382 dei quali in Lombardia. Evidentemente più del quadruplo dei contagiati rispetto alla Corea sono in Italia un dato accettabile e sufficiente a far discutere sulla necessità di riaprire i confini regionali. Il ministro Boccia ha detto con grande autorevolezza che no, i confini dovranno necessariamente essere aperti lo stesso giorno, in tutte le regioni, senza dare la precedenza a nessun contendente. Tutti insieme è stato il messaggio lanciato. Giusto o no, sembra proprio che sarà così. Quando? Non è dato sapere, potrebbe essere il 3 giugno, forse l'8. Con ogni probabilità lo sapremo soltanto all'ultimo momento. Nel frattempo, siamo a conoscenza della riapertura dei confini statali, che dal 3 di giugno (salvo sorprese) non faranno più da filtro per coloro che vogliono venire in Italia. Coloro che provengono dall'estero lo potranno fare senza nessuna restrizione e senza osservare la quarantena. Entreranno e saranno liberi di circolare e con loro lo potrà fare anche il virus, alla faccia di tutte le prescrizioni alle quali si stanno adeguando i commercianti italiani, impegnati con tutte le loro forze, anche economiche, ad osservare una serie di regolamentazioni spesso ritenute eccessive, oltre che inutili e prive di un minimo senso della logica. Ma la logica si sa, non è una componente degna del ragionamento attraverso il quale si prendono certe decisioni: altrimenti ci dovrebbero spiegare perché se in Corea 79 nuovi casi rappresentano un dato allarmante in Lombardia 382 sono motivo di soddisfazione e di ritorno alla normalità. Siamo ancora all'interno di una pandemia che sta mietendo vittime in ogni parte del mondo, oggi più di ieri, lontani dal trovare una risoluzione definitiva che garantisca, almeno in una parte del globo, una certa sicurezza: contiamo giornalmente in Europa migliaia di nuovi casi (593 ieri in Italia, 1137 in Spagna, 1887 in UK, 639 in Svezia, 557 in Germania solo per elencare quelli più o meno vicini a noi) e tanto ci sentiamo in sicurezza, al punto da pensare alle riaperture. Quando la pandemia è diventata tale, o meglio qualche giorno prima, alla fine di gennaio, i casi conteggiati appartenevano soltanto ad una zona circoscritta della Cina; e noi, che viviamo nel resto del globo, certi di essere al riparo da ogni rischio, abbiamo continuato il nostro inesorabile viavai fino a che non ci siamo ritrovati all'interno di un incubo le cui conseguenze stanno venendo alla luce in questi giorni con risvolti economici e sanitari (su scala mondiale) catastrofici. Oggi, che la pandemia è molto più diffusa, più controllata per carità, ci vogliamo auto convincere di quanto sia giusto ricominciare, riprendere quanto prima possibile il modo di vivere che avevamo prima, l'unico conosciuto dal quale sembriamo non essere in grado di scostarci, riprendere quel viavai che non abbiamo colpevolmente interrotto quanto le condizioni intorno a noi lo richiedevano. Ci siamo fermati tardi, colpevolmente. Alla luce di questo: ci sono oggi le condizioni per riprendere al punto tale da consentire spostamenti incontrollati? Soltanto perché abbiamo le mascherine e siamo in grado di effettuare più tamponi ci sentiamo al sicuro? Ci stanno facendo credere questo, ma la logica, almeno la mia non è dello stesso avviso. Intanto, tra qualche giorno riprenderà il campionato: dopo tre mesi nei quali ci siamo improvvisati virologi potremo, finalmente, riprendere il nostro mestiere preferito: quello dell'allenatore. Che fortuna!