Alberi sbagliati. Noi

Alberi come metafora dell'uomo, un modello che la natura ci sottopone ma dal quale non riusciamo a prendere spunto.

Quando penso ad un albero, quando lo vedo mentre sono in giro mi capita di fare alcune riflessioni, sopratutto perché sono da sempre attratto dalla loro capacità di mutare, di assecondare le stagioni senza che questo metta a repentaglio la loro esistenza. Penso a quanto sia monotono il loro perpetuo movimento circolare nel quale ininterrottamente, senza mai discostarsi dalle tempistiche certe che gli sono imposte dal susseguirsi delle stagioni, sviluppano il loro ciclo vitale. Ma un albero è molto di più rispetto a quello che vediamo: un albero sono le sue radici che, senza che si possano vedere, lo consolidano al terreno, gli danno la stabilità e la certezza necessarie alla vita. Un albero non potrebbe svilupparsi senza che le sue radici svolgano il loro lavoro, andando a cercare l'acqua del sottosuolo alla quale devono arrivare per garantirsi il prosieguo della vita. Noi vediamo la chioma, le ramificazioni, ma queste sono solo la risultante del lavoro che svolgono le radici: sinuose appendici che a dispetto della bellezza dei rami emersi combattono ininterrottamente con la terra per avanzare, guadagnare spazio, per fare si che oltre al fattore estetico, un albero possa anche contare sulla stabilità necessaria al suo sviluppo e alla capacità (propria della specie) di rimanere in vita per decine, centinaia di anni.


Sono interessanti gli alberi, se non altro varrebbe la pena soffermarsi a capirli, prendere ispirazione dalla loro natura, provare a farla anche un po nostra. Ma l'uomo, che al contrario delle piante, è dotato di memoria e ama compiacersi, non ha di queste ambizioni, l'uomo si sente forte, vuole far vedere la sua chioma, e passa buona parte della vita a farla crescere, abbellire, costantemente in cerca del compiacimento proprio e di quello altrui; piacere e piacersi. Ma facendo questo ignora l'importanza delle radici, non si preoccupa di darsi la necessaria stabilità. Vuole apparire e si preoccupa di farlo al meglio. Ma cos'è il meglio? Lo specchio nel quale ci vogliamo vedere sicuri di essere apprezzati, compiaciuti, mai criticati. Tralasciamo il nostro intimo essere in favore dell'apparenza, pieghiamo il nostro io cercando di assecondare le richieste altrui. L'importanza della chioma al cospetto delle radici e della stabilità che soltanto con esse possiamo raggiungere. Al contrario per l'albero è fondamentale, imprescindibile l'energia dedicata al proprio radicamento; la certezza di essere stabile prioritaria rispetto al fattore estetico. L'essere umano è un albero sbagliato, e si espone irrimediabilmente alle criticità delle intemperie. Perché di fronte al vento, alla pioggia, alla neve, ai cambi di stagione sopravvivono gli alberi, periscono gli alberi sbagliati, vittime della loro vanità, a causa della quale, hanno preferito rinunciare al necessario radicamento nel mondo. Hanno preferito apparire, inverdire le chiome, colpevolmente inconsapevoli che alle prime difficoltà, alle prime intemperie la bellezza non potrà sottrarsi dall'essere vittima della propria inconsistenza.


Guardo la tv, leggo il giornale, m'informo di politica: fotografo la foresta della mia contemporaneità; riconosco troppi alberi sbagliati: quanti sopravviveranno al prossimo acquazzone?